
Nella scorsa newsletter vi ho parlato di come né il fact-checking né le leggi dovrebbero essere la soluzione per arginare la disinformazione. C’è un limite intrinseco in questi approcci: spesso rischiano di creare nuovi vincoli, ridurre il libero arbitrio (sempre che esista, ma questo è un altro discorso) e spingerci a delegare altrove la responsabilità delle nostre scelte. Ecco perché, in un mondo sempre più complesso, allenare il pensiero critico è una necessità, non una scelta.
Come si fa, quindi, a sviluppare un pensiero critico?
Come possiamo costruire una visione del mondo personale e consapevole, anziché limitarci a credere alla prima narrazione che ci viene proposta?
Un metodo efficace è cercare fonti diverse, approfondire le tematiche e, soprattutto, mettere in discussione le informazioni che riceviamo. Un esempio recente di questo approccio è stata la mia lettura di Nexus, l’ultimo libro di Yuval Noah Harari, parliamone!
Una riflessione da Nexus: il potere delle interconnessioni
Nexus è un libro affascinante, che esplora come le connessioni profonde – umane, tecnologiche e biologiche – influenzino il presente e il futuro dell’umanità. Harari parte dall’evoluzione umana per arrivare alle sfide dell’era digitale, intrecciando storia, scienza e filosofia in una narrazione che è tanto illuminante quanto provocatoria.
Un passaggio che mi ha colpito particolarmente riguarda il ruolo delle piattaforme digitali come nuovi strumenti di potere. Harari sottolinea che queste piattaforme non sono neutrali: influenzano profondamente il modo in cui percepiamo il mondo e prendiamo decisioni. Questo mi ha fatto riflettere su quanto sia facile essere manipolati da un algoritmo o da una narrativa costruita su misura per noi.
Ecco perché trovo fondamentale non fermarsi mai alla prima impressione, ma scavare più a fondo. Ogni nuova prospettiva diventa una lente attraverso cui osservare e interpretare il mondo. Più lenti abbiamo, più ampia e chiara sarà la nostra visione.
Il caso TikTok-Trump: uno studio sul potere e i rischi dei social media
Il tentativo di Donald Trump di bannare TikTok nel 2020, seguito dalla sua rivendicazione del merito per la sospensione del ban, è un esempio emblematico di come i social media siano al centro di dinamiche geopolitiche, economiche e narrative manipolatorie. La motivazione ufficiale dell’azione era legata alla sicurezza nazionale: si temeva che i dati degli utenti americani potessero essere raccolti e utilizzati dal governo cinese attraverso ByteDance, l’azienda madre di TikTok.
Tuttavia, l’episodio ha sollevato questioni ben più ampie sul ruolo dei social media come strumenti di potere e controllo. Analizzandolo alla luce delle tematiche trattate in Nexus di Harari, emergono alcuni punti chiave:
1. I social media come strumenti geopolitici
TikTok non è solo una piattaforma di intrattenimento: rappresenta una leva geopolitica, economica e culturale. Il dibattito sul suo ban ha messo in luce come le piattaforme digitali siano spesso strumenti nelle mani di governi e aziende per esercitare influenza globale.
Strumenti di influenza culturale: TikTok ha un impatto diretto su milioni di giovani, modellando preferenze, comportamenti e persino opinioni politiche. Controllare una piattaforma simile significa avere accesso a una leva strategica nel plasmare la narrativa pubblica.
Dati come merce: i dati degli utenti sono diventati il nuovo "petrolio" del XXI secolo. Il controllo su tali dati non è solo una questione di privacy individuale, ma un elemento chiave di competizione globale tra potenze come Stati Uniti e Cina.
2. Comunicazione e difesa di TikTok
TikTok ha risposto al tentativo di ban con una strategia straordinariamente efficace, che ha coinvolto sia la leadership aziendale sia la mobilitazione degli utenti:
Comunicazione diretta agli utenti: durante il periodo di oscuramento negli Stati Uniti, TikTok ha utilizzato messaggi in-app per informare i suoi 170 milioni di utenti americani della situazione. Ha attribuito il merito del ripristino del servizio agli “sforzi del presidente Trump”, creando una narrazione che attribuiva la responsabilità del blocco all’amministrazione uscente e al contempo lusingava il presidente.
Ruolo dell’amministratore delegato: Shou Zi Chew, CEO di TikTok, ha pubblicato un video sul suo profilo personale (seguito da 4,5 milioni di utenti) in cui difendeva la piattaforma dalla “censura arbitraria” e faceva appello al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Ha anche ringraziato apertamente Trump per il suo supporto, ricordando che i contenuti dell’ex presidente avevano accumulato oltre 60 miliardi di visualizzazioni. Questo ha rafforzato l’immagine di TikTok come sostenitore della libertà di espressione.
Mobilitazione dei creator: la comunità di creator ha giocato un ruolo centrale nella difesa della piattaforma. Sono diventati virali video che mostravano l’audizione di Shou Zi Chew al Congresso degli Stati Uniti nel 2023, in cui le sue risposte compostissime contrastavano con domande percepite come poco informate da parte dei politici. Questo ha consolidato il sostegno degli utenti e creato una narrativa favorevole a TikTok.
3. Manipolazione delle narrative
Il caso TikTok mostra come i social media possano essere usati per creare e manipolare narrazioni:
Narrazioni politiche: Trump ha usato il caso per rafforzare la sua immagine di leader deciso a proteggere gli interessi americani, sfruttando la retorica della sicurezza nazionale.
Narrazioni commerciali: la proposta di Trump di destinare parte dei ricavi della vendita delle operazioni americane di TikTok al Tesoro USA ha evidenziato l’intreccio tra interessi economici e decisioni geopolitiche.
4. Rischi per gli utenti
L’episodio evidenzia diversi rischi legati all’uso dei social media:
Perdita di controllo sui dati personali: quando utilizziamo una piattaforma come TikTok, cediamo il controllo su informazioni personali che possono essere usate non solo per scopi pubblicitari, ma anche per strategie di potere su scala globale.
Vulnerabilità alle manipolazioni: gli algoritmi che decidono cosa vediamo sui social media non sono neutrali, possono essere ottimizzati per massimizzare l’engagement, ma anche per promuovere contenuti specifici che servono interessi politici o economici.
Dipendenza da poche piattaforme globali: il fatto che poche aziende controllino piattaforme con miliardi di iscritti aumenta il rischio di abuso di potere.
5. Come possiamo “difenderci”?
Di fronte a questi rischi, cosa possiamo fare come utenti? Ecco alcune strategie pratiche:
Educazione digitale: imparare a leggere criticamente le notizie, capire come funzionano gli algoritmi e riconoscere le narrazioni manipolatorie è essenziale per navigare consapevolmente il mondo dei social media.
Controllo dei dati personali: prestare attenzione alle informazioni che condividiamo online, utilizzare impostazioni di privacy più restrittive e strumenti come VPN per proteggere i nostri dati.
Diversificare le fonti: non affidarsi esclusivamente ai social media per informarsi, ma integrare con fonti indipendenti e affidabili.
Sostenere normative etiche: come cittadini, possiamo sostenere leggi che regolamentino la gestione dei dati e garantiscano maggiore trasparenza nelle operazioni delle grandi piattaforme digitali.
Il caso TikTok-Trump ci mostra quanto sia complessa e interconnessa la realtà digitale in cui viviamo. Le piattaforme social non sono solo spazi virtuali per connettersi o divertirsi: sono veri e propri campi di battaglia dove, come abbiamo già detto, si giocano interessi politici, economici e culturali. Allenare il pensiero critico e sviluppare una consapevolezza digitale sono le chiavi per navigare con intelligenza in questo panorama.
Non basta il fact-checking, serve consapevolezza
Il punto cruciale non è solo avere leggi o sistemi di fact-checking (che sono utili, ma non risolutivi), bensì sviluppare una consapevolezza critica negli utenti. Nessuna normativa o controllo esterno potrà mai sostituire la capacità individuale di analizzare e interpretare ciò che leggiamo o condividiamo.
Le normative arrivano spesso “dopo” il danno, quando la disinformazione si è già diffusa. Inoltre, possono essere manipolate da chi detiene il potere, mentre il fact-checking, se non gestito con trasparenza, rischia di perdere la fiducia del pubblico.
Quello che serve davvero è:
Educazione critica: imparare a distinguere tra fonti affidabili e contenuti manipolati, interrogarsi sulle intenzioni dietro una notizia e riconoscere le proprie bolle informative.
Responsabilità personale: non condividere contenuti impulsivamente, verificare le fonti e riflettere sull’impatto di ciò che diffondiamo.
Coltivare una cultura del dubbio: promuovere un atteggiamento di costante verifica, mettendo sempre in discussione ciò che si legge o si sente.
Mettiti alla prova, prova a fare questo esperimento:
Scegli una notizia recente o una tematica che ti sta a cuore.
Chiediti :
Da dove arriva questa informazione?
Quali altre fonti ne parlano e come ne parlano?
Quali pregiudizi personali stanno influenzando la mia opinione?
Iniziare a porci queste domande è già un primo passo per allenare il nostro pensiero critico. E non è tutto: possiamo approfondire con letture stimolanti, come Nexus, che ci spingono a osservare il mondo con occhi nuovi o il libro di Francesco Oggiano uscito qualche anno fa “SociAbility. Come i social stanno cambiando il nostro modo di informarci e fare attivismo”
Allenare il pensiero critico non è un lusso, è una necessità.
Viviamo in un’epoca in cui le informazioni sono ovunque, ma la verità è spesso sepolta sotto strati di narrazioni contrastanti, sta a noi diventare osservatori consapevoli, mettendo in discussione ciò che vediamo e costruendo una visione del mondo che sia autenticamente nostra.
Se ti va, condividi la tua esperienza: quali strumenti o letture ti hanno aiutato a sviluppare una visione più critica?
Mi piacerebbe leggerle!



