Chiacchieriamo di come ho ucciso la coach che vive in me!
Esplora, metti in discussione e scegli ciò che ti incuriosisce davvero
Spesso cerchiamo “la cosa” che cambierà la nostra vita e ne rivelerà finalmente lo scopo, come se esistesse un evento preciso, un traguardo netto o una decisione risolutiva capace di mettere ordine a tutto il resto, e forse è anche per questo che passiamo così tanto tempo a scrivere obiettivi, a pianificare versioni future di noi stesse e a chiederci se stiamo facendo abbastanza.
Ma più vado avanti, più mi accorgo che non è mai stata una singola decisione a cambiare davvero il corso delle cose, bensì una serie di piccoli gesti quotidiani, di scelte apparentemente laterali, di curiosità seguite senza sapere dove avrebbero portato, che nel tempo si sono trasformate, ricombinate e hanno dato vita a qualcosa che non avrei potuto immaginare all’inizio del viaggio.
Ci fu un periodo, come per molte di noi, in cui a fine dicembre mi sedevo con entusiasmo a scrivere liste di obiettivi per l’anno successivo, cose da fare, traguardi da raggiungere, immagini più o meno definite di quella che nella mia testa appariva come “una versione migliore di me stessa”, spesso molto efficiente, molto centrata, molto produttiva.
Ci furono anni in cui sono riuscita a spuntare molte di quelle voci, altri quasi nessuna, ma entrambe le volte la soddisfazione durava relativamente poco oppure lasciava spazio a una sensazione sottile di inadeguatezza, come se il valore di un anno fosse riducibile a quanto avevo completato di quella lista di obiettivi pensati mesi prima.
Ovviamente ho anche attraversato la fase opposta: “lascio che sia la vita a guidarmi, senza obiettivi, solo improvvisazione”, ma anche lì ho capito che l’assenza totale di intenzionalità non era la risposta, perché mi ritrovavo a vivere le mie giornate con quella sensazione di essere in movimento senza andare davvero da nessuna parte.
Il mio bisogno di progresso non era quello che ci hanno insegnato
Col tempo, anche grazie agli studi in neuroscienze, al coaching e alle tante letture che hanno accompagnato questi anni, ho iniziato a vedere più chiaramente cosa c’era sotto questa continua spinta a definire obiettivi: il bisogno umano, profondissimo, di sentire che stiamo progredendo, che non siamo fermi, che la nostra vita si sta muovendo verso qualcosa di più desiderato, più significativo.
Il problema, però, è che spesso associamo questo progresso a indicatori esterni: un lavoro migliore, più entrate, più visibilità, più progetti, più cose fatte, senza chiederci se tutto questo stia davvero nutrendo il nostro sistema neuroendocrino, il nostro senso di identità e il nostro benessere profondo. (Come stai dormendo? - Just saying!)
Perché sì, quelle cose danno una scarica di dopamina, ma è una scarica breve, e quando svanisce ci ritroviamo spesso a rincorrerne un’altra, oppure a sentirci sbagliate se non siamo riuscite a ottenerla.
Quando la produttività diventa la gabbia del nostro progresso
L’ossessione per la produttività arriva dal mondo aziendale, dove ha una sua logica, perché più produttività significa più risultati, più crescita e più profitti, ma noi abbiamo interiorizzato questo modello fino a usarlo come metro per valutare la nostra vita.
Il punto è che noi non siamo aziende e la nostra realizzazione non si misura solo in output, risultati o performance crescenti. Nella mia esperienza, quello che fa davvero la differenza sono queste tre cose:
una connessione profonda con noi stesse, che ci permetta di riconoscere quando stiamo andando contro i nostri ritmi naturali
una connessione reale con gli altri, fatta di relazioni e non solo di networking
un senso continuo di apprendimento, sperimentazione ed evoluzione, che non dipenda dal confronto costante con l’esterno
È qui che, lentamente, ho iniziato a “uccidere” una certa idea di coach che avevo interiorizzato, quella che doveva sempre sapere dove andare, cosa fare, quale obiettivo fissare, e che spesso finiva per rinforzare una visione workaholic della vita, più che liberarla.
La vita nomade come laboratorio di apprendimento
Un anno fa ho iniziato a vivere in camper e questa scelta, molto più di qualsiasi obiettivo scritto su carta, ha cambiato il mio modo di pensare, lavorare e stare al mondo.
La vita nomade non ti chiede di fare di più, ti chiede di osservare di più, di adattarti, di ascoltare, di capire cosa funziona davvero per te in contesti sempre diversi e, soprattutto, ti costringe a fare i conti con i tuoi ritmi, perché lo spazio è limitato e il corpo, la mente e il sistema nervoso presentano il conto molto in fretta.
Viaggiando, lavorando, incontrando persone e seguendo ciò che mi incuriosiva davvero, ho iniziato a spostare il focus dalla produttività alla sperimentazione.
Obiettivi da raggiungere o obiettivi da esplorare
Quando ci poniamo obiettivi da raggiungere, tendiamo a vivere tutto in funzione del risultato finale, e una volta raggiunto o mancato, il gioco è finito; quando, invece, definiamo obiettivi di apprendimento e sperimentazione, il processo diventa il centro e ogni passo, anche quelli sbagliati, produce crescita.
È così che ho cambiato la mia modalità operativa: scegliendo di soddisfare la mia curiosità invece di chiedermi se poteva piacere al mio target, focalizzarmi sulle domande che mi girano in testa invece che ossessionarmi con i KPI e creando progetti che fossero prima di tutto spazi di esplorazione.
Nel mio caso, uno di questi è stata la newsletter, nata in questa forma tre anni fa, non come strumento per vendere e “raggiungere numeri”, ma come luogo in cui osservare il mio pensiero, affinare la scrittura, capire cosa mi interessa davvero raccontare e come le persone interagiscono con ciò che condivido.
Non mi sono detta “devo arrivare a X iscritti”, ma “voglio vedere cosa succede se seguo il mio piacere e divertimento e non i diktat delle persone ossessionate dai numeri e dalla produttività tossica” e oggi posso dire che la direzione che ha preso la mia vita, anche lavorativa, è stata una conseguenza di questo approccio, non il suo obiettivo iniziale.
Un altro modo di guardare al futuro
La definizione classica degli obiettivi è spesso troppo binaria per contenere la complessità della nostra esperienza, perché esclude tutto ciò che accade dentro di noi mentre viviamo, impariamo e cambiamo.
Quando invece usiamo la crescita interiore come bussola e la sperimentazione come strumento, il confronto non è più con gli altri, ma con la persona che eravamo qualche mese prima, e questo cambia radicalmente il modo in cui percepiamo il progresso.
Per il prossimo anno, io non mi sto chiedendo cosa voglio raggiungere, ma cosa voglio esplorare, imparare e mettere in discussione, scegliendo poche direzioni che mi incuriosiscono davvero e lasciando andare, con una certa intenzionalità, l’idea di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.
È un modo di stare nel futuro meno performativo e molto più onesto, perché sposta la mia attenzione dal controllo alla presenza, lasciando spazio a cambiamenti che non possiamo prevedere con mesi di anticipo, ma che riconosciamo quando iniziano a farci sentire più vive.
È da qui che, per me, nasce un senso di progresso che non ha bisogno di essere misurato, ma solo abitato ed è da questo “senso” che provo adesso, mentre ti sto scrivendo, che ti auguro uno splendido 2026 pieno di cose belle e divertimento.
Elisa


Che combinazione. Proprio ieri ho visto una diretta di un'altra persona che parlava delle stesse cose. Meno obiettivi più "che cosa voglio imparare e sperimentare"? Evidentemente le energie sono queste. Insofferente ai mille input "devi fare 8000 liste prima del 2 gennaio" ho trovato questa visione confortevole per me. E ho scritto una lista molto più consapevole e allineata.