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Ho letto una newsletter di Seth Werkheiser che mi ha fatto riflettere parecchio: parla di qualcosa che tutti i professionisti sanno, ma che facciamo finta di dimenticare ogni volta che ci buttiamo in un progetto nuovo con l’entusiasmo di chi ha appena ritirato il passaporto ed è pronto a partire: il lavoro che porta risultati non è quello instagrammabile, immediato, che fa scintille e raccoglie applausi e cuoricini, ma è quello costante, metodico, quasi invisibile mentre lo fai…si, quello noioso!
È un po’ come il ragù: potresti aprire un barattolo di sugo pronto, scaldarlo, versarlo sulla pasta - come farei io, senza troppi sensi di colpa - e sarà anche passabile, ma dentro di te sai che manca qualcosa; oppure puoi prenderti il tempo di far soffriggere la cipolla, lasciare che la carne rosoli a fuoco basso, sfumarla con il vino, aspettare che evapori, poi aggiungere il pomodoro, il tempo, l’attesa, il profumo che riempie la casa… o, nel mio caso, il ristorante dove sono andata a mangiarlo…
(L’unica volta che ho cucinato un ragù come si deve è stato sul Cammino di Santiago.
Un pomeriggio intero, con tanto di tabella dei turni per mescolarlo a intervalli regolari, perché, ho scoperto, il ragù non è una di quelle cose che puoi mollare lì sul fuoco sperando che si arrangi da solo. Ha bisogno di cura, di attenzione, di qualcuno che lo segua passo dopo passo…
Ma questa è un’altra storia.)
La domanda è: nel tuo lavoro, stai cucinando un ragù o stai scaldando un sugo pronto?
È facile cadere nella tentazione del post virale, della crescita lampo, della strategia perfetta che promette di far crescere i numeri in una settimana, ma tutto questo è un sugo pronto: funziona per un momento, ma poi?
E se invece puntassimo sulla profondità?
Forse significa rispondere ai commenti con qualcosa di più di un veloce e asettico “grazie”.
Forse significa scrivere email che sembrano conversazioni e non comunicati stampa fatti male o pubblicità anni ‘90.
Forse significa creare relazioni reali, anche offline, anche senza l’obiettivo di fare una nuova vendita, ma con il piacere di conoscere persone diverse da noi.
Forse significa investire il nostro tempo nelle connessioni autentiche invece di inseguire gli aggiornamenti dell’algoritmo.
Seth Werkheiser cita Kato McNickle, che distingue tra followers e community. I follower mettono like distratti, lasciano un cuore nei commenti e poi spariscono, una community, invece, è fatta di persone che leggono, interagiscono, condividono idee, e allora, stai cercando follower o stai costruendo una community?
Ma soprattutto: quanto del tuo lavoro ha il tempo e la pazienza di un ragù che cuoce lentamente, stratificando sapori e relazioni e quanto invece è più simile a un pasto pronto, veloce ma dimenticabile?
Un’altra cosa che mi ha colpito è il fatto di dover sottolineare l’importanza delle connessioni spontanee: tante volte ho visto persone bloccarsi davanti alla possibilità di una chiacchierata con uno sconosciuto, incapaci di iniziare una conversazione senza sentirsi in dovere di dimostrare qualcosa, ho visto persone che invece di lasciarsi trasportare dal flusso dell’incontro, pensava solo a cosa dire per fare bella figura, come se ogni interazione fosse una prova d’esame, un test da superare.
Ma non tutto deve avere uno scopo preciso, non tutte le conversazioni devono portarci da qualche parte, a volte, in un incontro fortuito, potremmo anche stare in silenzio e goderci semplicemente l’imprevedibilità del momento. Potremmo ascoltare invece di riempire i vuoti, accogliere l’altro senza aspettative, lasciare spazio a quel tipo di dialogo che non segue una sceneggiatura prestabilita.
La bellezza è proprio lì: nell’inaspettato, nelle parole che non pensavamo di pronunciare, nelle storie che non avevamo previsto di ascoltare. È come imbattersi in una fiaba imprevista, una di quelle che non cercavi ma che, senza sapere perché, ti restano dentro. Come il racconto di un viaggio qualunque, di quelli che inizi senza grandi aspettative e che alla fine, senza che tu te ne renda conto, cambiano qualcosa dentro di te.
Quanto spazio lasci per l’imprevisto?
O sei così preso da obiettivi e strategie che tutto quello che non rientra nei piani viene scartato?
Viviamo in un’epoca in cui il marketing sembra una corsa ai numeri, ai funnel, ai KPI, ma il marketing vero, quello che funziona nel tempo, è fatto di relazioni, di conversazioni, di valore dato senza aspettarsi sempre un ritorno immediato.
E se il marketing non fosse una strategia, ma un modo di essere?
Forse non si tratta di correre di più, ma di scegliere con cura dove fermarsi.
Di smettere di riempire spazi a caso e iniziare a creare vuoti che invitano gli altri a entrare.
Di lasciare che il nostro lavoro parli non perché urla più forte, ma perché è impossibile ignorarlo.
Dopotutto, le cose che ci restano impresse davvero non sono quelle che ci vengono vendute meglio, ma quelle che trovano un posto nella nostra storia.
THE BRANDING JOURNEY continua!
Il nostro viaggio di 12 settimane per costruire il tuo brand iniziato il 18 marzo arriva martedì alla sua seconda tappa: Brand Vision
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Ho ovviamente visto la serie del momento: Adolescence.
E l’ho trovata potente, ipnotica e difficile da scrollarsi di dosso. Non è la classica serie sugli adolescenti né un crime nel senso tradizionale: è più un viaggio dentro la testa di un ragazzino che, pezzo dopo pezzo, finisce in un posto da cui è difficile tornare indietro.
L’uso del piano sequenza è perfetto: non ci sono tagli, non ci sono momenti per riprendere fiato, sei sempre lì, insieme a Jamie, senza la distanza che di solito ti permette di osservare una storia dall’esterno e, per me è proprio questo a rende tutto ancora più intenso.
Owen Cooper è incredibile, dategli subito un Oscar. Riesce a essere credibile sia come tredicenne smarrito che come ragazzino che incute un certo timore. E forse è proprio questa l’essenza della serie: mostrare come l’adolescenza sia un territorio instabile, in cui si può essere dolci e crudeli nel giro di pochi minuti.
Più che dare risposte, Adolescence fa domande: ti fa riflettere su cosa significhi crescere in un mondo dove il confine tra realtà e digitale è sempre più sfumato, su quanto conti il contesto, su quando un errore smette di essere solo un errore.
Partendo da queste riflessioni, vorrei consigliarvi il podcast “Sigmund” di Daniela Collu per Il Post, perché affronta con molta lucidità e struttura alcuni dei temi che Adolescence mette in scena senza filtri: il nostro rapporto con la rabbia, il senso di inadeguatezza, il bisogno di appartenenza e i meccanismi (spesso inconsci) che ci spingono a cercare conferme nei posti sbagliati. È uno di quei podcast che ti lasciano molti pensieri che ti gireranno in testa per giorni.



