Chiacchieriamo, ovviamente, di Sanremo!
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Chiacchieriamo, ovviamente, di Sanremo!
Sanremo è finito, Sal Da Vinci ha vinto, i social sono già stati invasi dalle polemiche di questa edizione e oggi siamo qui, come ogni anno, a fare i conti con quel che resta del rito collettivo più partecipato d’Italia che quest’anno ci ha fatto esaltare poco, indignare appena, commentare il giusto.
Nonostante sia stata un’edizione noiosa, per non dire avvilente, possiamo usarla per tirare qualche conclusione, o qualche inizio di pensiero.
C’è sempre questo rischio quando parliamo di canzoni, soffermarci sulla musica, sulla melodia, e non pensare con la giusta attenzione alle parole, ma il punto è che le parole non si limitano ad accompagnare il suono, le parole costruiscono il mondo e il modo in cui vengono usate, soprattutto in un contesto artistico e mainstream, riflettono e ridefiniscono il tessuto morale di chi le ascolta e le interiorizza.
Non vi faccio un elenco di canzoni, italiane e non, con testi “discutibili” che abbiamo canticchiato per anni, tanto lo so che ognuna di voi ne ha almeno 3 in mente in questo momento!
Le parole non sono mai neutre - come non lo è stato il silenzio assordante di questo Sanremo su alcune tematiche - e la nostra capacità di scegliere cosa dire e come dirlo è sempre un atto politico nel suo significato più alto.
Se certi testi vengono oggi percepiti come problematici, non è perché la società è improvvisamente diventata più fragile o più moralista, ma perché il contesto storico e culturale è cambiato: l’accettabilità di certe narrazioni si evolve di pari passo con la società e questo non è segno di censura, ma di progresso, la sensibilità collettiva non è un limite imposto dall’alto, ma una forma di selezione culturale naturale, un meccanismo con cui scegliamo chi vogliamo essere.
Abbiamo assistito a un Festival che ha smussato o reso invisibili alcune parole, ma le parole non dette non spariscono, anche se si è provato a sostituirle con altro:
le hanno sostituite i brand, con le frasi luminose proiettate sulla nave Costa,
le ha sostituite la nostalgia, con la SIP riesumata da TIM per riportare a casa un pubblico che preferiva ricordare piuttosto che immaginare,
le ha sostituite Carlo Conti, che ha gestito la conduzione senza prendere una posizione che rischiasse di disturbare la liturgia del “vi ricordate?”.
Il problema non era evitare certe parole o certe canzoni, il problema era, ed è - e qui entra in gioco l’educazione sentimentale e critica - capire che non è sufficiente dire “questo testo è bello” o “questo testo è brutto”, bisogna imparare a decifrare i messaggi, a individuare le implicazioni nascoste, a comprendere come il linguaggio può essere usato per manipolare, dominare o liberare.
Le parole non esistono solo nei testi delle canzoni, sono ovunque, nella pubblicità, nei titoli dei giornali, nei post sui social e chi non ha gli strumenti per interpretarle è destinato a essere governato da esse.
Il Festival ha offerto pochissimi appigli su cui costruire un ragionamento eppure un comune denominatore era presente in diversi brani: il filone del dolore maschile che trova nella donna la sua causa e la sua giustificazione:
Eddie Brock che dice a lei “scegli sempre quello che ti farà male”, come se la colpa del suo non essere amato fosse una questione di scarsa consapevolezza di lei.
Leo Gassmann che la preferisce al naturale, come se il trucco fosse una bugia da smascherare.
Fedez e Masini che cantano il fondo di una stanza d’albergo come conseguenza inevitabile di un amore che non ha funzionato.
La stessa canzone vincitrice, “Per sempre sì” di Sal Da Vinci, dipinge la donna esclusivamente nel ruolo di “regina vestita in bianco sposa”, definita e valorizzata solo attraverso la relazione con l’uomo che “diventa re”. Il problema qui è che la donna non ha alcuna soggettività o identità propria, esiste come proiezione del percorso sentimentale di lui, mentre lui è il narratore attivo che cresce, supera le salite e la porta all’altare.
Nessuno di questi brani è stato particolarmente discusso e questo silenzio, molto più della canzone in sé, è, a mio parere, il vero problema: non è che i testi fossero troppo provocatori, anzi, il problema, forse, è stato che non lo fossero abbastanza da disturbare, ma abbastanza da sedimentare quando le canticchieremo senza pensarci.
La polarizzazione che abbiamo visto in questi giorni sotto ogni post, ogni classifica, ogni esibizione non è stata solo tifo, è stata il sintomo di qualcosa di più profondo, l’incapacità di stare nel mezzo, di tollerare la complessità, di tenere insieme giudizi contraddittori senza sentirsi minacciati. Questo vuoto è stato riempito non da un ascolto consapevole, ma dalla performance del giudizio, sui social non si diceva “questa canzone mi ha emozionato/fatto pensare/dato un nuovo punto di vista”, si diceva “questa canzone dimostra che ho ragione io”.
Le parole non sono state usate per comunicare, ma per segnalare a quale tribù si appartiene.
Ed è esattamente lì che si annida il problema più grande: quando il linguaggio smette di essere uno strumento di comprensione e diventa solo un segnale di riconoscimento tribale, perdiamo la capacità di usarlo davvero, di scegliere le parole con cura e di ascoltare quelle degli altri con attenzione.
Ed eccoci qui, la mattina dopo Sanremo, a chiederci cosa ce ne facciamo adesso di quelle parole: dove sono andate a finire? Chi le raccoglierà? Come le useremo?
Ricordiamoci che il linguaggio è una macchina sociale, è un sistema che ci governa più di quanto noi governiamo lui e se non siamo consapevoli di come le parole ci modellano, finiremo per essere modellati da chi le sa usare meglio: dalla pubblicità, dai politici, da chi trasforma la complessità in uno slogan.
Alla fine, il punto non è tanto cosa si può o non si può dire, il punto è: chi detiene il potere di definire le parole?
Il linguaggio non è solo uno strumento, è una forza viva capace di creare connessioni, abbattere barriere e dare forma al futuro; se scegliamo di essere più consapevoli delle parole che usiamo, possiamo usarle come strumenti di comprensione invece che di separazione. Teniamo sempre a mente che il potere del linguaggio è nelle nostre mani, possiamo decidere quali storie vogliamo raccontare e, soprattutto, in quale mondo vogliamo farlo.
Siamo pronti ad assumerci questa responsabilità?
Sappiamo ancora usare le parole con la consapevolezza che meritano, oppure ci limitiamo a scegliere una tribù a cui appartenere e lasciare che siano le sue parole a parlare per noi?
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Cosa ascoltare
In “Voglia di gridare” Daniele Silvestri affronta un paradosso che tocca chiunque si senta animato da rabbia politica o sociale: il desiderio di unirsi alla folla, di gridare insieme, si scontra con il rischio che lo slogan collettivo svuoti il pensiero individuale. Silvestri non predica dall'alto, ma mette in guardia da quel momento in cui la voce smette di essere tua e diventa coro, in cui “la forza del numero soverchia la ragione.”







