Questo weekend sono stata co-organizzatrice di un evento dal vivo e chiacchierando con ospiti, speaker e partecipanti il tema delle newsletter è uscito spesso - ovviamente!
Quello che mi ha sorpresa maggiormente è stata la frequenza con cui mi è stato chiesto: “…ma come potrei chiamare la mia newsletter secondo te?”
Ho risposto a questa domanda e spiegato perché la mia si chiama “Chiacchiere” così tante volte in tre giorni che non avrei potuto scegliere nessun altro argomento per il “Grow on Substack” di questa settimana!
Il nome della tua newsletter è importante, è tra le prime cose che qualcuno legge prima di decidere se vale la pena iscriversi, è il modo in cui la presenti quando qualcuno ti chiede “di cosa scrivi?”, è quello che rimane in testa (o non rimane) dopo che una persona ha chiuso la tab, però non è qualcosa di inciso nella pietra per sempre, è una decisione che puoi rimandare, rifinire e perfino rifare, quindi smetti di usare “non so come chiamarla” come scusa per non scrivere e iniziamo cambiando il punto di partenza:
la domanda giusta non è “come chiamo la mia newsletter?”, ma “come la chiamo adesso, sapendo che capirò meglio cosa sto costruendo dopo i primi articoli?”.
Oggi approfondiamo:
Strategie di naming se sei all’inizio
Cosa fare se hai già iniziato a scrivere, ma il nome non ti convince
Cosa possiamo imparare dal mondo dell’editoria cartacea
Se stai iniziando
La prima trappola in cui cadono quasi tutti è scegliere un nome che parla di sé invece che del lettore: “I miei pensieri sul marketing”, “La mia vita da freelance”, “Le mie riflessioni”: nomi che concentrano l’attenzione su te che stai scrivendo, mentre le persone che arrivano, tendenzialmente:
- non sanno chi tu sia
- stanno cercando, istintivamente, qualcosa che abbia a che fare con loro e non con te.
Un buon naming fa capire di cosa parla la tua newsletter a qualcuno che la incrocia per la prima volta, in mezzo a millemila altre newsletter, con pochissimi secondi di attenzione disponibile. Non deve essere il nome “perfetto”, deve avere un aggancio tematico riconoscibile e deve suonare come qualcosa che crea curiosità e relazione.
Alcune cose pratiche da tenere a mente:
Usare il tuo nome come titolo della pubblicazione ha senso solo se hai già un pubblico o una community forte che ti porti dietro da qualche altra piattaforma o spazio. Se sei una giornalista conosciuta, una professionista con migliaia di follower, qualcuno che ha già una reputazione consolidata, allora sì, il tuo nome è già un personal brand. Altrimenti è solo un nome che, senza contesto, non racconta niente a chi già non ti conosce.
Scegli qualcosa che suoni bene se pronunciato ad alta voce perché lo userai anche in contesti verbali: podcast, conversazioni, presentazioni…
“Chiacchiere” funziona perché si capisce subito, un nome come “The Creative Entrepreneur Growth Newsletter” probabilmente ti ha già fatto perdere il filo di quello che stavamo dicendo.Se sei bloccata tra due opzioni, scegli quella più semplice: la complessità non aggiunge profondità o reputazione, ma solo attrito e fatica mentale.
Ti lascio un esercizio che spesso faccio fare
Scrivi una lista di almeno sessanta parole legate al tema che tratti (o vuoi trattare), al tuo lettore ideale, al problema che risolvi o alla prospettiva che porti.
Inserisci anche le parole che ti sembrano ovvie o strane, chiedi anche a chi ti conosce, agli amici o clienti con cui hai una certa confidenza.
Adesso inizia a combinarle tra loro, giocare con gli accostamenti, vedi cosa succede quando metti vicine due parole che normalmente non sembrano collegate. Puoi anche provare a usare i generatori di nomi che trovi gratuitamente online.
Cosa fare se hai già iniziato a scrivere, ma il nome che hai dato alla tua pubblicazione non ti convince
Intanto non ti preoccupare, succede molto spesso: inizi con un’idea e poi scopri che le cose non stanno andando come avevi programmato!
Per esperienza posso dirti che il nome giusto emerge solo dopo che hai scritto una decina di pezzi e hai capito di cosa ami parlare e cosa piace ai tuoi lettori; non hai sbagliato, è il processo di scrittura che funziona così.
La buona notizia è che tutto è modificabile!
Il nome della pubblicazione, come dicevo, puoi cambiarlo quando vuoi dalle impostazioni di Substack; quello su cui devi mettere più attenzione è l’URL, ma anche quello lo puoi modificare in un secondo momento acquistando un dominio esterno: è quello che ho fatto io, passando da elisascagnetti.substack.com a chiacchiere.elisascagnetti.com.
Il processo richiede un minimo di dimestichezza con le impostazioni DNS, ma non è complicato e se hai già un dominio registrato da qualche parte il costo aggiuntivo è solo quello di Substack, circa 50€ una tantum.
Vale la pena modificare il nome attuale della tua newsletter?
Ecco le domande da porti:
Comunica chiaramente lo scopo della newsletter?
Informa le persone sulla nicchia in cui scrivi?
Suona bene ed è facile da ricordare?
Il nome è disponibile come username sui social media?
Qualche idea presa in prestito dall’editoria cartacea
Prima dell’era digitale, quando non esistevano recensioni, trailer o algoritmi di raccomandazione, il titolo e la sinossi di un libro erano le uniche cosa che il lettore aveva a disposizione per decidere se acquistarlo o no, tutto il lavoro: incuriosire, informare, promettere… era sulle loro “spalle”.
Andando ancora più indietro, nell’ottocento i titoli occupavano l’intera prima pagina, poi si sono accorciati man mano che c’erano altri strumenti per raccontare un libro, ma il principio non è cambiato.
Chi lavora con i titoli nell’editoria tradizionale tende a usare quattro criteri, e tutti e quattro si applicano benissimo a una newsletter: breve, informativo, accattivante, trovabile.
Breve significa che con un colpo d’occhio si legge e si ricorda.
Informativo significa che chi lo legge capisce, almeno in modo approssimativo, di cosa tratta.
Accattivante significa che crea una piccola scintilla di curiosità o riconoscimento.
Trovabile, oggi, significa che se qualcuno lo digita su un motore di ricerca o su Substack, lo trova facilmente.
Un titolo vago può funzionare in libreria, dove hai una copertina, una sinossi, recensioni online e i consigli della libraia o del libraio a farti da supporto.
Su Substack, dove la tua newsletter appare in una lista tra decine di altre con pochissimo contesto, lo stesso titolo potrebbe facilmente non dire niente a nessuno e far andare oltre.
L’altra cosa che l’editoria ha capito da secoli è che un buon titolo non deve dire tutto, ma deve dire qualcosa di preciso, prendi “Chiacchiere con Elisa” non descrive i contenuti in modo esaustivo, ma promette un registro, un tipo di relazione tra me e voi, un’atmosfera… quella promessa deve poi essere mantenuta nel corpo di ogni pezzo, altrimenti il titolo diventa una promessa non mantenuta.
Se hai dubbi o domande sul naming della tua newsletter scrivimi e ne chiacchieriamo - appunto - insieme!
Divertiti e fai cose belle!
Elisa Scagnetti



