Quando arrivi su Substack, dopo un primo momento in cui cerchi di capire dove fare cosa, ti accorgi che sei entrata in uno spazio lento, senza il rumore degli algoritmi, senza quella sensazione di dover sempre dire qualcosa in modo brillante e veloce perché, altrimenti, non sei meritevole di attenzione.
Hai la sensazione di essere in una stanza con divani e poltroni piuttosto che in una vetrina con le insegne al neon.
Molte persone arrivano qui stanche dei social, stanche di rincorrere visibilità e di adattare pensieri complessi a formati che vanno bene giusto per leggere l’elenco della spesa; aprono il profilo, magari la pubblicazione, e iniziano a scrivere.
Poi la newsletter viene inviata, i testi pubblicati, i giorni passano, le settimane, forse i mesi, e i numeri non sono quelli che ci si aspettava.
Magari gli iscritti crescono, ma lentamente, troppo lentamente, e la scrittura, invece di diventare uno spazio di condivisione piacevole inizia a pesare ed è a questo punto che la domanda passa dall’essere “come posso usare meglio Substack” a “perché, per me, Substack non sta funzionando come per gli altri?”.
È da qui che partiamo oggi!
Per capire perché la tua newsletter non sta andando come vorresti devi prima rivolgere l’attenzione dentro di te.
Substack è uno strumento di comunicazione diretta tra te e il tuo lettore, non c’è un algoritmo che decide chi ti vedrà, non c’è una struttura complessa da incolpare se le cose non vanno come avremmo voluto, quando le mediazioni spariscono l’unica cosa che rimane siamo noi e quello che stiamo cercando davvero, in questo momento, della nostra vita professionale.
Ora, prima di andare avanti, è giusto sottolineare che esistono newsletter che non crescono per motivi banalmente tecnici: un posizionamento confuso, un titolo che non ci fa venire voglia di approfondire, nessun sistema che porti lettori nuovi oltre la cerchia di chi già ti conosce, etc... In quei casi, ovviamente, serve una strategia che funzioni, ma quando la strategia c’è ma si resta comunque bloccati, allora è il caso di ricercarne le cause da un’altra parte.
Ti racconto quello che ho visto accadere sulla piattaforma negli ultimi anni, magari ti riconosci in alcune di queste modalità operative.
La prima è una persona che arriva su Substack con molto più valore di quanto riesca a mostrare: ha studiato, lavorato, osservato per anni e non ha nessuna voglia di dimostrare continuamente quanto sa, anzi ne è profondamente stanca. Vorrebbe che il suo valore parlasse da solo.
Scrive con parsimonia, lascia spazio, non è invadente e quando osserva che le iscrizioni alla sua newsletter sono meno di quello che si sarebbe aspettata non pensa che forse “dovrebbe cambiare strategia” ma che “forse non è così interessante come credeva”.
Il suo problema non è la visibilità in sè, ma la fatica che fa nel mostrarsi, il blocco è l’esposizione e nessun tutorial su come scrivere un titolo migliore la può aiutare.
Se senti che qualcosa ha risuonato dentro di te, nella prossima newsletter fai questa prova: scegli un'affermazione in cui credi profondamente e scrivila così com’è, non ammorbidirla, non mettere dei “forse”, non aggiungere “nella mia esperienza” o un “ovviamente dipende” o cose così.
Una frase sola, secca, pubblicata.
Il disagio che sentirai nel lasciarla lì, senza protezioni, ti dirà di te tutto ciò che ti serve sapere adesso.
La seconda è una persona che preme “invia” e invece di chiudere il computer corre a controllare le statistiche.
È abituata a gestire progetti, persone, aspettative, una a cui l’improvvisazione non piace e che davanti a un problema cerca sempre una causa, una soluzione e un modo per far funzionare tutto.
Substack la disorienta proprio perché non ha abbastanza dati da analizzare e questo rivela la sua necessità di un controllo compulsivo - non solo della newsletter - l’idea di affidare il proprio valore a dinamiche che non può prevedere la destabilizza.
L’esercizio che ti consiglio, se un po’ ti ci ritrovi in uqesta descrizione, è tanto semplice da proporre quanto difficilissimo da fare se sei una persona che deve tenere tutto sotto controllo: non guardare le statistiche della tua prossima newsletter per almeno ventiquattro ore.
Lo so che se non ti ci riconosci ti sembra la cosa più facile del mondo, ma per chi si è sentita presa in causa questo esericizio serve proprio a realizzare che si può stare in quell’incertezza senza che succeda niente di irreparabile.
La terza è una persona con una mente piena di idee, connessioni e potenziale inespresso, legge molto, pensa molto ed è proprio questa ricchezza a fregarla perché, ogni volta che si siede a scrivere, sente tutta la pressione delle sue stesse aspettative. Il suo pensiero fisso è “devo dire qualcosa che valga il tempo di chi mi legge”.
Se l’idea che ha in mente, per lei, non è abbastanza, allora preferisce aspettare, probabilmente se aprissimo i suoi post in bozza ci troveremmo abbastanza contenuti per le prossime sedici settimane!
Qui il punto non è la creatività, che c’è in abbondanza, è la paura di scoprirsi ordinaria, ripetibile, dimenticabile, ma la cosa curiosa, se ci pensiamo, è che quasi nessuna idea originale nasce originale: le idee originali nascono ordinarie e diventano qualcosa di unico solo quando ci decidiamo a scriverle.
Quindi, se hai un post in bozza che aspetta l’idea giusta da mesi: pubblicala questa settimana, esattamente così com’è, l’idea che aspettavi arriverà scrivendo la prossima, non custodendo gelosamente questa!
La quarta vive Substack come uno spazio di passaggio personale e/o professionale: non è più chi era prima, ma non si sente ancora autorizzata a essere ciò che sta diventando.
In questa situazione ogni impostazione della piattaforma diventa, inevitabilmente, una domanda esistenziale travestita da menu a tendina:
che nome do alla newsletter?
Che promessa faccio?
Che sezioni creo?
Ogni scelta le sembra più definitiva di quanto in realtà non sia, il mio consiglio, in questo caso, è ripetere tipo mantra che nulla, su Substack e non solo, è per sempre! Tutto si può cambiare: il nome, la descrizione, le sezioni, etc…
Quello che scegli oggi non è scritto sulla pietra, è solo chi sei oggi, scegli cosa è meglio per te adesso, sapendo che tra sei mesi potrai pensare “non mi somiglia più” e cambiare tutto.
La quinta, infine, è una persona che scrive soprattutto per creare relazioni, per accompagnare, per esserci, per non lasciare soli i lettori dall’altra parte dello schermo.
Il denaro, dentro questo spazio, secondo lei è un corpo estraneo: chiedere di pagare le sembra un modo per rovinare qualcosa di prezioso, così il paid viene rimandato o proposto con talmente tante ansie e cautele che quasi si scusa di avere un contenuto riservato agli abbonati.
La sua non è mancanza di valore, ma paura di perdere accettazione.
Se ti sei riconosciuta in questa descrizione ti lascio una domanda antipatica: continuare a regalare il tuo valore, anche a chi sarebbe disposto a pagare, è davvero generosità o è un modo per non scoprire quanto valgono davvero le tue parole?
Riconoscere quale di queste cinque modalità operative stai mettendo in atto, o quali, perché spesso convivono, ti aiuta a capire chi sei come autrice oggi, non chi dovresti essere secondo qualche manuale di crescita. Perché Substack non è un parametro che misura quanto vali: è uno specchio, insolitamente onesto, di quello che già pensi di te e che hai paura di dirti. Adesso che quel pensiero l’hai visto, adesso che ha un nome, puoi finalmente smettere di combatterlo e cominciare ad ascoltarlo.
Il fatto che qualcosa non funzioni come speravi non è la prova che non sei abbastanza, ma un invito a guardare dove sei oggi e scegliere da lì il prossimo passo.
Divertiti e fai cose belle
Elisa Scagnetti


