E se smettessimo di finire tutto quello che iniziamo?
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E se smettessimo di finire tutto quello che iniziamo?
Un paio di anni fa mi sono innamorata di Ivan Karamazov - non di lui, ovviamente, ma della tensione che la sua storia ha lasciato sospesa nella mia testa. In quel periodo avevo anche visto a teatro “Le memorie di Ivan Karamazov” ed essere quasi alla fine del romanzo, mi portava a pensare e ripensare a come sarebbe finita la sua storia, o meglio a come Dostoevsky l’avrebbe raccontata e a quali inaspettati voli pindarici la mia mente avrebbe fatto leggendo?
…poi ho finito il libro.
Punto.
Ultima pagina, libro chiuso.
Come con la fine di un incantesimo, quella sensazione di sospensione è svanita, bella emozione, sì, ma anche una perdita strana, come se quel punto mi avesse portato automaticamente a mettere in una scatola tutta la famiglia Karamazov e a non pensarci più.
E in effetti non ho più pensato a loro per quasi due anni, fino a qualche giorno fa, quando ascoltando Paolo Nori parlare di Dostoevskij, Ivan è riemerso improvvisamente nella mia testa. Mi ha fatto riflettere come un personaggio che aveva abitato così intensamente la mia mente fosse potuto scomparire, per ritornare solo a distanza di tanto tempo e per puro caso: un ricordo interrotto che è riemerso all'improvviso.
Ci hai mai fatto caso?
Viviamo in una società - io per prima - ossessionata dai traguardi, dalle liste depennate, dalla inbox zero e dalle casella spuntate su Notion, eppure, forse, finire le cose è sopravvalutato.
Pensaci: il piacere di “chiudere” dura pochi secondi, quel piccolo brivido dopaminico è fantastico, certo, ma breve, e poi?
Silenzio, staticità, non c’è più nulla da esplorare.
Ti svelo un segreto: l'incompleto è molto più intrigante:
tiene il cervello acceso.
alimenta domande, stimola idee.
ti costringe a pensare diversamente.
Vai a recuperare gli appunti abbandonati, le bozze lasciate a metà, quanta bellezza nascosta è racchiusa li dentro?
Ci siamo abituati a darci grandi pacche sulle spalle - virtuali e non - sbandierando su social come LinkedIn ogni traguardo, ogni risultato,
ma quant’è potente e affascinante ciò che resta incompiuto?
Le bozze lasciate a metà su un taccuino, le idee annotate sulle tovagliette durante un pranzo in solitaria, le note vocali sul telefono di pensieri pensati mentre porto Penny in giro per parchi
…la Sagrada Familia!
Smettiamo di colpevolizzarci al pensiero delle cose lasciate a metà, iniziamo a vederle come testimonianze di pensieri ancora vivi, emozioni che non vogliono farsi chiudere in una scatola da un punto finale.
I lavori incompiuti non urlano, vibrano sotto pelle, come una frase sospesa che cerca il suo finale.
Torniamo un attimo coi piedi per terra - so di vivere come su un’altalena, con la testa più tra le nuvole che sul collo, ma ogni tanto sento anch’io il bisogno di toccare terra con entrambi i piedi - quello che ti sto dicendo non è una mia teoria: è neuroscienza, è la tensione Zeigarnik.
Negli anni ‘20, la psicologa Bluma Zeigarnik osservò un fenomeno curioso: i camerieri di un caffè viennese ricordavano perfettamente gli ordini in corso, ma li dimenticavano appena pagato il conto (se vuoi vedere questa cosa in azione vai al Rose & Crown di Rimini, i camerieri fanno la stessa cosa). Questa tensione cognitiva, chiamata appunto Effetto Zeigarnik, non è solo memoria, è la ragione per cui rimaniamo incollati ai cliffhanger delle serie TV o al browser pieno di schede aperte.
La ricerca moderna (Baumeister e Bushman, 2014) lo conferma: le attività incompiute ci perseguitano, generando motivazione persistente e, perfino, ansia creativa.
Ma attenzione, non ti sto dicendo di procrastinare, la procrastinazione è passiva, inconscia, frustrante, l’effetto Zeigarnik, invece, è progettazione consapevole, un loop mentale intenzionale che ti spinge a pensare e ripensare a qualcosa in modo sempre nuovo/diverso/creativo.
Mentre scrivo queste parole mi rendo conto di agire l’effetto Zeigarnik ogni volta che scrivo la mia newsletter della domenica: non è mai un processo rapido o lineare, la lascio lì, incompiuta, la inizio a scrivere mercoledì/giovedì e la finisco sabato (…e proprio adesso come in Spaceballs Dark Helmet guarda in VHS la scena che sta registrando in quel momento, mi accorgo di star scrivendo di ciò che sto facendo 😅), ed è proprio in quei giorni “sospesi”, in quel vuoto, che mi arrivano le idee migliori: qualcosa dentro di me continua a lavorare in silenzio, a intrecciare fili invisibili, è come lasciare una finestra aperta nella mente: l’aria entra, le connessioni si formano da sole e spesso mi sorprendo dei collegamenti inaspettati che faccio.
L’incompletezza, da oggi consapevolmente, è il mio modo per restare dentro le cose.
Nel mio taccuino ho pagine intere di appunti, frasi, idee iniziate e mai concluse, sospese, che non sentono il bisogno di trovare un finale.


Per tanto tempo abbiamo aspirato a raggiungere una produttività che ci permettesse di chiudere tutti i task nel minor tempo possibile, come una corsa alla perfezione, immagina come cambierebbe il tuo lavoro e la tua creatività, se trasformassimo l’incompletezza in una scelta consapevole? Un magnete invisibile capace di attrarre nuove visioni, nuove direzioni, nuove e inaspettate connessioni mentali.
Cosa potrebbe succedere se la prossima volta decidessi consapevolmente di lasciare qualcosa incompleto?
Scrivimi, raccontamelo. Aspetto curiosa la tua risposta!
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Ho letto il libro di Camila Raznovich “Non metterti comodo” e partendo da lì ho scritto questo articolo: “Difendere il proprio sogno: strategia e identità per freelance e remote worker”
In questo articolo trovi 30 esempi di brand style guide davvero ben fatti – alcuni minimal, altri audaci, tutti con una coerenza visiva che colpisce.
Dentro la tana del Bianconiglio con Ipnocrazia
La mia scelta di rallentare il ritmo e leggere meno libri, ma in modo più approfondito - te ne ho parlato qui e qui - si sta rivelando una vera svolta, soprattutto perché tra i primi testi che ho scelto c’è Ipnocrazia che continua a svelare delle sorprese.
Infatti pochi giorni fa Tlon ha svelato il processo creativo e concettuale dietro Jianwei Xun: un esperimento meta-narrativo potente, frutto della collaborazione tra intelligenza umana e artificiale. Un progetto nato non solo per riflettere sui meccanismi della manipolazione percettiva contemporanea, ma per incarnarli, metterli in scena e renderli tangibili attraverso la propria stessa esistenza.
Se ti interessa approfondire, e fidati, ti interessa, trovi tutto qui!





Che figata. Faccio anche io la stessa cosa con la mia newsletter ma soprattutto con gli speech. Se parto 1 mese prima a prepararlo diventa un filtro con cui setacciare tutto quello che mi succede. Tutto diventa possibile materiale per la presentazione. Brava Elisa :-) mi piacerebbe confrontarmi con te su questa cosa