Etica e fotografia, per chi, come noi, viaggia e condivide
parliamone insieme!
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Il numero di scatti fotografici, fatti sia da nomadi digitali che da chi va in vacanza, è in costante aumento; che si viaggi per lavoro o per piacere, l'impulso di condividere immagini dei propri spostamenti è ormai parte integrante dell’esperienza stessa.
Ma cosa significa scattare una foto in contesti culturalmente e socialmente lontani dai nostri?
Qual è la responsabilità etica che dobbiamo assumerci quando puntiamo l’obiettivo su una realtà che spesso non ci appartiene?
Quanto la nostra presenza e la presenza di un obiettivo fotografico influenza il comportamento degli altri?
Quando stiamo alterando, non solo con la nostra presenza, ma con la nostra ossessione di documentare tutto quello che facciamo e vediamo, i comportamenti stessi delle persone immortalate?
Ferdinando Scianna, nel suo libro “Etica e fotogiornalismo”, ci ricorda che la fotografia non è semplicemente un atto tecnico, ma anche un atto di coscienza. Scianna sottolinea come la fotografia, sin dalla sua nascita, sia stata vista come uno strumento per documentare la realtà, tuttavia oggi questa funzione è cambiata e le immagini rischiano di diventare “un muro” che ci separa dalla realtà stessa, mistificandola e distorcendola.
Nel mondo digitale contemporaneo, dominato da piattaforme social e dalla condivisione immediata, i nomadi digitali spesso si trovano a dover bilanciare il desiderio di immortalare momenti unici con la consapevolezza del potere delle loro immagini. Una foto non è mai neutrale: mostra una versione della realtà, ma non sempre la realtà stessa. Scianna ci invita a riflettere su come l'ossessione per la documentazione alteri la nostra percezione e quella degli altri. Quando “entriamo” in una scena, la nostra sola presenza, insieme allo smartphone, cambia il comportamento delle persone e il contesto che intendiamo catturare.
Un esempio cinematografico interessante è il film “Civil War” di Alex Garland, in cui la tecnologia moderna, come gli smartphone, è volutamente assente. Questo crea una sensazione di straniamento e ci costringe a riflettere su quanto la nostra esistenza sia diventata dipendente da questi strumenti per documentare la nostra vita e quella degli altri. Garland non propone una visione nostalgica o una condanna, ma mi ha portato a una riflessione: la nostra percezione del mondo, senza la continua presenza di smartphone, sarebbe più legata alla realtà? O forse è l'uso stesso di tali dispositivi che ci ha disconnessi da una visione più autentica del mondo?
Il dovere etico di chi scatta e diffonde una foto
Quando viaggiamo, spesso visitano luoghi che non appartengono al nostro contesto culturale. In questi casi, la responsabilità etica è duplice: da una parte, dobbiamo essere consapevoli che le foto che scattiamo e condividiamo influenzeranno la percezione del mondo di chi le vedrà, dall’altra, dobbiamo tenere presente che le persone e i luoghi immortalati non sono “scene” o “sfondi” per la nostra vita digitale, ma realtà vive, con un proprio valore e dignità.
Scianna racconta di un episodio in Spagna, dove, durante una mostra sulla povertà in Europa, una donna si è commossa e stupita dal fatto che quelle immagini le avessero mostrato una realtà di cui non si era mai accorta. Scianna le rispose: “Non è che la realtà esiste perché ci sono le fotografie. Ci sono le fotografie perché la realtà esiste.” Questo aneddoto è un richiamo per i fotografi contemporanei a non ridurre le persone fotografate a semplici soggetti o simboli, ma a riconoscerne la complessità e l'umanità.
Documentare o spettacolarizzare?
Uno dei grandi rischi nel contesto odierno è che l'immagine venga sempre più utilizzata per spettacolarizzare piuttosto che documentare. Viviamo in un'epoca in cui tutto diventa spettacolo: un caffè con vista, un tramonto sulla spiaggia, ma anche situazioni più delicate come la povertà o i conflitti. Scianna avverte che, in questo contesto, il fotografo ha una responsabilità maggiore: deve evitare che le sue immagini contribuiscano a questa superficializzazione della realtà.
Ogni fotografia, in quanto linguaggio, può mentire o dire la verità, dipende dall'intenzione e dal contesto in cui viene presentata. Quando fotografiamo dobbiamo essere particolarmente attenti a questo aspetto, perché le nostre immagini non vengono condivise solo con amici o familiari, ma spesso raggiungono un pubblico globale proprio attraverso i social media e questo amplifica l'impatto delle nostre scelte fotografiche e, di conseguenza, aumenta la responsabilità etica di ciò che mostriamo e di come lo facciamo.
Essere un nomade digitale non significa solo vivere un'esistenza libera e senza confini, ma comporta anche delle responsabilità etiche significative, specialmente quando si tratta di fotografare il mondo che si attraversa. Come insegna Scianna, la fotografia non è un semplice strumento tecnico, ma un mezzo potente che può influenzare la percezione della realtà. I nomadi digitali, ma anche chiunque decida di immortalare le proprie esperienze, devono ricordarsi che dietro ogni immagine c'è una realtà viva e complessa, e che il loro ruolo non è solo quello di documentare, ma di farlo con rispetto, consapevolezza e integrità.
In un'epoca in cui tutto diventa spettacolo, è importante che le immagini mantengano una connessione autentica con la realtà e non si trasformino in un muro che ci separa da essa. La nostra sfida è bilanciare l'istinto di raccontare attraverso un’immagine con la responsabilità di rappresentare il mondo in modo etico e rispettoso.
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Cosa leggere
Questa mia Chiacchiera con te nasce dalla lettura di “Etica e fotogiornalismo” di Ferdinando Scianna e te lo consiglio tantissimo.
Ti riporto di seguito - in ordine sparso - alcuni estratti:
La fotografia è nata in un momento storico preciso, all'interno del clima filosofico positivista, contestuale alla nascita della società industriale, basata sulla scienza, un mondo nuovo del quale era imperativo accertare l'esistenza, e la cui natura fosse documentabile, misurabile, dominabile. Un'esigenza che non riguardava certo solo la fotografia, riguardava la società intera, ma che probabilmente, in quanto simbolo tecnico e culturale della modernità, la fotografia ha incarnato alla perfezione. Non è escluso che un paio di secoli dopo, nel mondo in cui viviamo oggi, questa esigenza si sia molto allentata. Per molte ragioni. Anche a causa della enorme pervasività della televisione, certo, e ora del web, ma non solo di quel-li. Le immagini che dovrebbero essere ponte tra noi e la realtà sono diventate muro, una montagna che ci nasconde la realtà, la mistifica, la distorce.
Anche le fotografie sono diventate immagini di fondo. In queste società ricche e dette avanzate, tutte spettacolarizzate, non chiediamo più alle fotografie di raccontarci la realtà, quanto piuttosto alla realtà di conformarsi all'immagine del sogno che desideriamo. Ricordo lo stupore, in Spagna, durante la presentazione di una mostra sulla povertà in Europa, quando una signora con voce rotta mi disse: “Sono molto commossa perché sto vedendo delle immagini che mi fanno capire che nel mondo intorno a me esistono realtà di vita come queste e la ringrazio per queste fotografie”. "Cara signora - risposi - ma cosa dice? Non è che la realtà esiste perché ci sono le fotografie. Ci sono le fotografie perché la realtà esiste. Queste sono immagini, ma i poveri sono persone vere, non sono fatti di carta da attaccare al muro. Non sono in questa sala ma là fuori. Se uscendo apre appena gli occhi li vedrà, eccome!”.
Di questo contesto non possiamo non tenere conto anche per le ricadute sul terreno specifico dell'etica. Penso che l'etica riguardi la coscienza degli individui, penso che sia difficilissimo puntare il dito della condanna morale nei confronti di chicchessia a proposito delle immagini che vediamo in giro, e però penso anche che non possiamo non porci continuamente il problema, in rapporto agli altri, ma anche a noi stessi: noi che facciamo le fotografie, quelli che le impaginano, quelli che dirigono i giornali nei quali vengono pubblicate, gli stessi lettori.
L'etica è l'etica. Non credo che esista un'etica specifica del giorna-lismo, con una conseguente sottoetica del fotogiornalismo. Da quando gli uomini hanno cominciato a costruire il loro sistema di dubbi, come direbbe Borges, si occupano di ciò che è bene e di ciò che è male. Insomma si occupano di etica. Anche i filosofi se ne occupano da molti secoli, diciamo, professionalmente. È probabile che alla fine tutta l'etica sia contenuta nella massima cristiana: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Tutto il resto ne discende, ne dirama e può essere applicato ai vari campi del vivere e del fare umano. In questo senso possiamo parlare, naturalmente, anche di un'etica del fotogiornalismo.
La fotografia mostra, la fotografia non dimostra.
[...]
Utilizziamo una foto non per documentare una cosa, un fatto, ma per dimostrare una tesi.
[...]
La fotografia è un linguaggio e in quanto tale può mentire o dire la verità
[...]
Le folle non hanno mai scrupoli. I problemi etici li hanno soltanto gli uomini che individualmente possono interrogarsi su quello che stanno facendo e anche sul sistema che prima li trasforma in orde selvagge e poi moraleggia.
Cosa guardare
Sempre sul tema, ho visto “Civil War” di Alex Garland e voglio consigliartelo proprio come ulteriore riflessione sul fotogiornalismo, interessante anche notare come in tutto il film non vi siano smartphone (se non in una piccola scena, in cui viene usato non come lo useremmo noi) e anche questo mi ha fatto riflettere su un passaggio del libro di Scianna:
Non sono entusiasta del mondo in cui viviamo, ma non credo che alle nostre spalle ci sia mai stato il migliore dei mondi possibili. Peraltro non è sensato né auspicabile immaginare un mondo nel quale venga eliminata la televisione o internet o i telefonini multimediali per renderlo più etico, più legato alla realtà. E però vero che dentro questo enorme blob melmoso e indifferenziato di immagini tutto si trasforma e si superficializza in spettacolo. Questo rende molto più difficile distinguere e orientarsi, anche sul piano etico. E aumenta il disagio. A me pare, ma brancolo tra le ipotesi, che gli uomini del mondo di oggi non sentano molto; a volte sembra che non sentano affatto, una grande genza di realtà. Preferiscono, preferiamo - gli abitanti del mondo ricco - la finzione, il sogno. Con qualche eccezione. Qualche rara volta in questa levigata sfera di fiction globale si apre una crepa fiammeggiante e sanguinolenta. Succede quando, inaspettate e indesiderate, arrivano, ad esempio, le foto intollerabili di Abu Ghraib o qualche altra immagine che rompe il velo di questo enorme Truman Show nel quale, con comoda opulenza, viviamo. Allora ci indigniamo, o fingiamo di farlo, torniamo a parlare della fotografia come documento, come se ancora le chiedessimo di assolvere al suo storico scopo conoscitivo, esistenziale, etico. Ma è solo un attimo di indignazione, che assomiglia allo sgomento di chi è svegliato di soprassalto. Subito tutto si ricompone, cullato dalla solita musica di fondo.
Anche le fotografie sono diventate immagini di fondo. In queste società ricche e dette avanzate, tutte spettacolarizzate, non chiediamo più alle fotografie di raccontarci la realtà, quanto piuttosto alla realtà di conformarsi all'immagine del sogno che desideriamo.




Molto interessante. Mi segno il titolo, grazie!