Fedez e il suo riposizionamento: da icona pop a bad guy della mascolinità digitale
Una riflessione su brand, celebrità e il grande teatro del digitale
Ecco una cosa che non viene mai detta abbastanza: nessun personaggio pubblico è davvero solo se stesso. È un gioco, un teatro di immagini e simboli, una specie di meta-esistenza che si svolge simultaneamente su più livelli: quello della persona reale, quello del personaggio mediatico e quello - il più spaventoso - della percezione collettiva, che ha una volontà propria e si muove con l'inerzia di una valanga.
Fedez lo sa, forse non lo dice in questi termini, ma lo sa.
Negli ultimi anni il suo percorso ha attraversato almeno tre fasi riconoscibili:
L'era del rapper-idolo dei giovanissimi, quando tatuaggi e barre veloci erano il biglietto da visita per un pubblico affamato di ribellione facile e melodie accattivanti.
L'era della celebrity da talk show, con annesso matrimonio da favola, bambini biondi e casa da catalogo Westwing. Un Fedez rassicurante, quasi patinato, perfettamente integrato nel paradigma della famiglia digitale perfetta.
L'era del bad guy della mascolinità digitale, quella attuale, dove il gioco sembra essersi fatto più sporco, più scivoloso, più difficile da controllare.
Perché succede? Perché doveva succedere? Qui entra in gioco il branding.
Branding: ovvero, come rendere vendibile la tua esistenza
Parliamo un attimo di branding, ma senza scadere in quei toni da manualetto di marketing che suonano come "Definisci il tuo pubblico di riferimento e trova la tua unique value proposition".
No!
Il branding non è solo una strategia, è una specie di



