Da sempre inseguo un posto da chiamare casa. Un luogo che sia mio, dove possa respirare e vivere davvero.
C’è una frattura che non si ricompone, una sorta di fame inesauribile. Ogni luogo ha qualcosa di unico, di irripetibile, e io non riesco – o forse non voglio – rinunciare a nessuno di quei frammenti.
“Ma allora vai in vacanza,” mi dicono. “Vivi dove ti piace e poi viaggia per il resto.” Ma dove mi piace davvero? Che forma ha un posto che sa di casa?
Perché non mi basta una città. Non mi basta un luogo che sia comodo o bello, con un buon caffè o un tramonto mozzafiato. Io voglio tutto.Voglio che un luogo contenga il mondo intero.
Non è il luogo. Sono le persone.
E poi l’ho capito. Non è solo questione di paesaggi o di architettura. Il punto sono loro: le persone.
Io non amo la gente – la folla, l’indistinto – ma adoro le persone. Quelle vere, con le loro storie, i loro mondi, le loro cicatrici e i loro miracoli. Mi piace scoprirle, parlarci, raccogliere i frammenti della loro vita e intrecciarli ai miei.
Ho bisogno di persone diverse. Di culture lontane, anche se cresciute a due passi da me. Di scelte che io non farei mai, ma che hanno portato chi le ha fatte in posti che non riesco a immaginare.
Questa sete di incontri è la mia linfa. È il mio motore. Quando non vedo, non scopro, non ascolto, qualcosa dentro di me si spegne. Rallento. Arrivo a trascinarmi per inerzia, senza quella curiosità che mi accende, che mi fa fare tutto ciò che faccio.
E tu? Sei come me, o sei l’esatto opposto? Raccontami di te. Voglio saperlo!
Se non trovo casa, me la porto dietro
Dopo tanto viaggiare, ho capito che, se non sapevo dove prendere casa, allora era tempo di prendermene una da portare con me.
Così ho fatto il grande passo: ho comprato un camper. Non un gioiello super moderno con la jacuzzi incorporata, stile “Siamo quelli di Beverly Hills” - un cartone animato che guardavo da piccola. No, il mio è un camper che i veri camperisti chiamano “per la prima esperienza”.
Ha i suoi anni, ma pochi chilometri. È vissuto, sì, ma curato meglio di certi Airbnb che ho visitato. E l’ho chiamato Cadì, diminutivo di Arcadia, che è simbolo di un mondo ideale, pacifico e armonioso, dove regnano natura, bellezza e semplicità, lontano dai conflitti e dai problemi della vita moderna. Ma che io ho scelto perché è il nome della nave di Capitan Harlock, la mia prima crush, con cui sognavo di solcare i mari dell’universo.
A dicembre mi dedicherò a trasformarlo: a renderlo mio, pezzo per pezzo.
Una pausa… ma non troppo
Questo per dirti che, per qualche settimana, non ti scriverò. Ma la newsletter non andrà in ferie. Ho deciso – copiando l’idea del podcast “Tienimi Bordone” del Post – di riproporti alcune delle newsletter che più avete apprezzato in questi mesi. Le riconoscerai: avranno davanti la scritta REPLAY.
Se ti va di seguirmi nel frattempo, ti aspetto su Instagram e TikTok. Ci vediamo lì, mentre Cadì diventa la mia casa.
Ciao, sono Elisa! Volevo salutarti e dare il benvenuto ai nuovi iscritti a questa newsletter! Le nostre Chiacchiere sono e resteranno sempre gratuite, ma se ti piace quello che scrivo e vuoi supportare il mio lavoro, puoi offrirmi un Caffè molto scontato qui sotto o diventare partner della newsletter!
Fino a questa sera puoi iscriverti all’unica edizione del 2025 del programma di mentoring “In Da Flow” approfittando del Bonus Friday e della rateizzazione a Tasso Zero!
Come ormai da tradizione, in occasione del Solstizio d'Inverno, vi aspetto al Wave Winter Party per salutarci e brindare prima della pausa invernale!
SABATO 21 DICEMBRE ALLE ORE 11:00
Un’occasione per stare insieme e festeggiare tutte le cose fatte nel 2024, coglierò l’occasione per raccontarvi le novità Wave 2025, ma anche per ascoltare tutti i vostri progetti per l’anno nuovo e tutto quello che vorremo condividere!
Come sempre sarà aperto a tutta la Wave Community, anche se non siete iscritte a uno dei percorsi di mentoring, lasciami qui la tua mail e il giorno prima del Wave Winter Party ti invierò il link per partecipare!
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Ho pubblicato una nuova storia dell’Anthology of an Ordinary Journey. Oggi ti porto ad Alba a conoscere i luoghi del cuore di Barbara, collage artist e vintage lover.
Buona lettura!
Collage di cuore: Barbara e la sua Alba
Il sole pomeridiano d’autunno inondava la piazzetta di una luce dorata, e io, con la mia tazza di cappuccino già mezza vuota, aspettavo Barbara. Era puntualissima, come il suo messaggio “Arrivo!” aveva promesso tre minuti prima. Si presentò con un sorriso largo e un foulard che sembrava rubato da un manifesto pubblicitario degli anni ’50, i colori vividi e retrò come una promessa che stava per mantenere.
“Allora, Elisa” disse, tirando fuori un piccolo album pieno di ritagli e frammenti. “Ti faccio vedere?”
E così iniziò.
Barbara parlava del collage analogico con la passione che si riserva alle confessioni segrete, ma senza mai abbassare la voce. “Lo chiamo analogico perché è importante. Toccare la carta, capisci? Quell’odore... Non è solo un materiale, è una storia”. Girava le pagine del suo album, dove figure di altre epoche si incontravano in scenari impossibili. “Ecco, tutto questo è frutto delle mie spedizioni nei mercatini delle pulci. Amo immaginare chi erano queste persone, dove sono finite. A volte, Elisa, giuro, sento di dar loro una seconda vita”.
La sua voce si illuminava di energia ogni volta che pronunciava “storia”. Parlava come chi sta svelando i segreti dell’universo ma con la leggerezza di chi ti racconta una barzelletta. “I miei amici dicono che sono nata vecchia”disse ridendo. “Io amo il vintage in tutto: vestiti, arredamento, musica. A casa ascolto Mina e Louis Armstrong. Sai, quelle atmosfere un po’ fumose, un po’ calde...” Fece una pausa, come se stesse assaporando il ricordo di un vecchio vinile.
Il flusso delle sue parole era ipnotico. Barbara saltava da un aneddoto all’altro, come quando spiegava come si ispirava alle lettere anonime dei film noir: “Hai presente quelle scritte con lettere ritagliate dai giornali? Ecco, nei miei collage faccio lo stesso. Mi piace comporre messaggi segreti”. Mi mostrò un’opera in cui un frammento diceva: “Trova la tua luce e non lasciarla mai”.
Poi arrivò alla sua Alba.
Barbara mi parlò dei suoi luoghi del cuore con una luce negli occhi che tradiva l’affetto profondo per la sua città e per tutto ciò che la circonda. “Se devo dirti i luoghi del cuore della mia città, sicuramente tutte le colline che la circondano, le Langhe” iniziò, descrivendo i colori che danzano sulle colline, soprattutto in autunno, quando la natura si veste di rossi intensi, gialli dorati e marroni accoglienti. “Non tanto i paesi, ma proprio le colline, i boschi, la natura”. Sembrava che quei paesaggi per lei fossero più di un panorama: erano un rifugio, un luogo dove ritrovare se stessa.
Mi raccontò poi del Teatrino in cui fa teatro da ormai otto anni. “È un’altra cosa che ho nel cuore. È una piccola tana, ma mia” disse con un sorriso che parlava di affetto. Nelle sue parole immaginavo un luogo semplice e accogliente, con sedie rosse un po’ consumate e quell’atmosfera intima che solo gli spazi vissuti possono avere. Era il suo posto speciale, dove poteva sperimentare, sbagliare, creare e sentirsi protetta.
Infine, con entusiasmo crescente, arrivò a parlare della colazione, che definì il momento più bello della giornata. “Io amo le colazioni, cioè per me la colazione è veramente fighissimo, è il momento più figo della giornata”. Il suo posto preferito ad Alba è la PasticceriaGiampaolo. “È lì che fanno i saccottini super!” esclamò, come se il solo ricordarli potesse bastare a renderla felice. Croccanti, fragranti, con un ripieno perfetto di cioccolato che sembrava uscito da un sogno. Mi parlò anche del suo rituale: sedersi al tavolino vicino alla finestra, guardare la città muoversi fuori mentre si godeva il suo piccolo lusso quotidiano.
Alla fine, si interruppe di colpo, quasi sorpresa dal fatto che avesse parlato così tanto. “Scusa, io non sono abituata a raccontarmi così, ma… grazie. Sai, mi hai fatto sentire come quando finisco un collage: soddisfatta, ma con la consapevolezza che ce ne sono altri, pronti a essere creati”.
La salutai con la sensazione che il mondo, per Barbara, fosse un’enorme tela ancora in costruzione. E io ero grata di averne visto un pezzo.
Un angolo della vita di Barbara, fatto di tavoli sgomberati, luci nelle case degli altri e orologi a cucù.
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Buon viaggio nella tua nuova casa!