Chiacchieriamo del peso delle parole nella musica e nella società
...oltre a idee, strategie e appuntamenti!
Sanremo si avvicina e ho sentito parlare sempre più dei testi delle canzoni e di come questa edizione sia tutto un tripudio di cuoricini, occhi, sole e amore. Ma nelle settimane scorse, prima che il festival monopolizzasse l’attenzione, un'altra polemica ha scosso il mondo della musica: quella su Tony Effe e i testi delle sue canzoni.
C’è questa cosa che succede quando si parla di parole e musica, ed è che la gente tende a volerle separare in compartimenti stagni. Come se le parole avessero un’esistenza propria, indipendente, e la musica fosse solo un contenitore emotivo, una specie di pacco regalo che le trasporta e le fa suonare meglio, o più accettabili. Ma il punto è che le parole non si limitano a comunicare, le parole costruiscono il mondo e il modo in cui le parole vengono usate – soprattutto in un contesto artistico e mainstream – riflette e ridefinisce il tessuto morale di chi le ascolta e le interiorizza.
Non è tanto una questione di censura, quanto di architettura sociale.
Se la musica è una forma di ingegneria emotiva, la trap ha elevato l’uso del linguaggio a una sorta di brutalismo verbale: nella trap, la parola non è soltanto un’unità di significato, ma un segnale, un marchio identitario; se una frase è violenta, è violenta punto, se è sessista, è sessista punto, non c’è una sofisticazione poetica che ne sfumi il senso. Il lessico non lascia spazio alle ambiguità perché nella trap – e più in generale nel linguaggio digitale contemporaneo – l’immediatezza è il valore supremo. Ma questa stessa immediatezza è anche il problema: perché un messaggio senza filtri è un messaggio senza mediazione critica, ma è la mediazione che trasforma un impulso in un pensiero.
Le parole non sono mai neutre, come non lo è il silenzio, e la nostra capacità di scegliere cosa dire e come dirlo è sempre un atto politico, nel suo significato più alto.
Se oggi certi testi musicali vengono percepiti come problematici, non è perché siamo improvvisamente diventati più fragili o più “moralisti”, ma perché il contesto storico e culturale è cambiato, l’accettabilità di certi termini, di certe narrazioni, si evolve di pari passo con la società e questo non è segno di censura, ma di progresso. La sensibilità collettiva non è un limite imposto dall’alto, ma una forma di selezione culturale naturale, un meccanismo con cui una società sceglie chi vuole essere.
Il problema, quindi, non è vietare certe parole o certe canzoni, il problema è capire e qui entra in gioco l’educazione sentimentale e critica, due aspetti che tendiamo a considerare separati, ma che in realtà sono due lati della stessa medaglia; non è sufficiente dire alle persone “questo è giusto” e “questo è sbagliato”, bisogna insegnare loro a decifrare i messaggi, a individuare le implicazioni nascoste, a comprendere come il linguaggio può essere usato per manipolare, per dominare o per liberare. Le parole non esistono solo nei testi delle canzoni: stanno ovunque, nella pubblicità, nei titoli dei giornali, nei post sui social media e chi non ha gli strumenti per interpretarle è destinato a essere guidato/governato/manipolato da esse.
Quindi eccoci qui, alla vigilia di Sanremo, pronti ad assistere al solito rito collettivo di esaltazione e indignazione, di commenti sui testi delle canzoni, di polemiche sulle parole dette e non dette, ma la vera questione non è se i testi siano migliori o peggiori di quelli di ieri, la vera domanda è:
cosa ce ne faremo di quelle parole, una volta che verranno pronunciate?
Dove andranno a finire?
Chi le raccoglie e come le userà?
Ricordiamoci che il linguaggio è una macchina sociale, è un sistema che ci governa più di quanto noi governiamo lui e se non siamo consapevoli di come le parole ci modellano, finiamo per essere modellati da chi le usa meglio: dalla pubblicità, dai politici, dai rapper che trasformano l’aggressività in uno slogan.
Alla fine, il punto non è tanto cosa si può o non si può dire, il punto è: chi detiene il potere di definire le parole? Perché il linguaggio non è solo uno strumento, è una forza viva, capace di creare connessioni, abbattere barriere e dare forma al futuro. Se scegliamo di essere più consapevoli delle parole che usiamo, possiamo usarle come strumenti di comprensione invece che di separazione, il potere del linguaggio è nelle nostre mani, possiamo decidere quali storie vogliamo raccontare e, soprattutto, in quale mondo vogliamo farlo.
Siamo pronti ad assumerci questa responsabilità?
Sappiamo usare le parole con la consapevolezza che meritano o ci limitiamo a lasciarci trasportare da chi le usa per noi?

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