L’overthinking di questi ultimi giorni
The Overthinking of These Last Few Days
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L’overthinking di questi ultimi giorni
Pensato troppo, ecco cos’ho fatto negli ultimi giorni.
Ho pensato troppo, forse come molti di voi.
Non è una mia modalità operativa l’Overthinking, tendo a essere più diretta e orientata all’essenziale, preferendo agire con chiarezza e spontaneità piuttosto che rimuginare, quindi ho sentito molto l’impatto negativo che questo stato di presenza/assenza a me stessa mi ha portato.
Per distrarmi un po’ dalla montagna di notizie di queste ore e per indagare meglio un fenomeno a me poco conosciuto ho letto un po’ di cose sull’overthinking.
Se anche tu lavori da remoto, sai quanto sia facile farsi sopraffare dai pensieri, specialmente quando si è soli con se stessi, senza colleghi o persone che ci distraggano.
A volte, lo stress di dover affrontare mille compiti contemporaneamente o il timore di non essere all'altezza si mescolano in un turbinio mentale che non ti lascia mai in pace. Ti trovi a rimuginare su ciò che hai appena fatto, sulle decisioni da prendere o sulle preoccupazioni riguardo a ciò che dovrai fare, senza riuscire mai a staccare.
Quante volte, mentre lavori da casa, ti è capitato di vedere il tuo desktop pieno di file da gestire e task da completare e la tua mente ha iniziato ad andata a mille? Pensare troppo è una delle principali cause di blocco per chi lavora autonomamente. Ogni volta che ti concentri su un dettaglio insignificante, il rischio di perdere il focus sulle cose che contano davvero aumenta.
Un po' come quando guardi un episodio di una serie che ti fa riflettere, ti accorgi che un pensiero ti ha invaso e ti ritrovi a pensare a cose che non c'entrano niente, e perdi il filo della puntata che stavi guardando.
Il Professor Emanuel Maidenberg, esperto di psichiatria, descrive tre tipi principali di overthinking che riguardano chi, come me, lavora spesso in solitudine.
Il primo tipo è la ruminazione, che ti fa ripensare in continuazione a ciò che hai appena fatto, rimuginando sugli errori commessi o su come potevi fare le cose in modo diverso.
Poi c'è la preoccupazione, quella che ti fa anticipare problemi che potrebbero non accadere mai.
Ma la forma più subdola di overthinking per chi lavora da remoto è quella ossessiva, che ti fa dubitare di ogni decisione, per quanto certa fosse prima.
Potresti ritrovarti a chiederti se quel messaggio è stato scritto nel modo giusto, se hai comunicato bene durante quella call, se ti sei comportato correttamente con il cliente o se la tua connessione internet è abbastanza stabile per non rischiare di freezzarti proprio durante la presentazione. Ogni piccolo errore diventa una montagna, ogni dubbio ti fa sentire più insicuro di quanto dovresti.
L’overthinking non è solo una questione di produttività sul lavoro, è una sfida che riguarda anche la nostra salute mentale e fisica.
Se non impariamo a gestire questa incessante ondata di pensieri, i risultati potrebbero essere gravi: stress, ansia, difficoltà a dormire e perfino problemi intestinali legati alla gestione del tempo sono tutte conseguenze possibili. La difficoltà di disconnettersi dal lavoro diventa ancora più grande quando non hai il supporto fisico di un ufficio, di colleghi o di persone che possano intervenire a spezzare la tua giornata.
Ma c'è una buona notizia: l’overthinking non è per sempre!
Nel frullatore dei pensieri che ci perseguitano mentre lavoriamo da remoto, cercare una distrazione può sembrare la via più facile. Eppure, come ci spiega Maidenberg, non basta cercare di "non pensare" per risolvere il problema. Il trucco sta nel focalizzarsi sul pensiero stesso, senza lasciarsi assorbire. La meditazione o una pratica di consapevolezza, come quella del respiro, possono aiutare a trovare una “distanza” dal vortice di pensieri ossessivi che ci travolgono. E non si tratta di cancellare ogni pensiero dalla mente, ma piuttosto di accoglierlo senza esserne sopraffatti.
L'esercizio della respirazione può sembrare banale, ma è una delle tecniche più semplici ed efficaci per calmare la mente e farla tornare sul lavoro. Quando il pensiero invadente entra nella tua testa, fermati per un attimo, respira profondamente e osserva quel pensiero senza giudicarlo. Sarà come un’onda che arriverà e poi si allontanerà, lasciandoti libero di concentrarti su ciò che devi fare.
Praticare questi brevi momenti di consapevolezza prima di iniziare o durante la giornata lavorativa aiuta a distaccarsi dai pensieri stressanti. Maidenberg suggerisce di dedicare almeno dieci minuti al giorno a questo esercizio, prima di iniziare a lavorare o durante una pausa. Puoi farlo mentre fai una passeggiata o semplicemente sedendoti con gli occhi chiusi.
Se anche a te sta capitando di avere uno o più pensieri invadenti che ti stanno rubando tempo e concentrazione, ricorda che non sei solo. L’overthinking è una delle difficoltà più comuni per chi lavora da remoto e le sue conseguenze non devono essere ignorate. Piuttosto che farti sopraffare, prova a fermarti, a respirare e a lasciare che i pensieri si calmino. Quando accetti che non devi per forza agire su ogni cosa che ti passa per la testa, potrai tornare a vivere con una maggiore calma e chiarezza.
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Da ascoltare
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Ilaria, giornalista di professione, ha trascorso molti anni a esercitare il suo mestiere in Italia, ma la sua carriera l'ha portata ben oltre i confini nazionali, fino a viaggiare e vivere tra Spagna, Inghilterra e, infine, Australia.
La puoi vedere qui e ascoltare qui!
Facciamo cose insieme
Spinta anche dall’overthinking di questi giorni ho creato un percorso gratuito di sette giorni: Find Balance”.
Iniziamo lunedì 18 novembre, sarà tutto online e puoi iscriverti qui!
FIND BALANCE
Da leggere
Ho pubblicato una nuova storia dell’Anthology of an Ordinary Journey.
Oggi ti porto a Torino a conoscere i luoghi del cuore di Margherita, divulgatrice enogastronomica.
Buona lettura!
Torino è una città che non ti avvisa, non ti fa nemmeno un cenno educato di cortesia prima di catturarti in una trappola meteorologica di cui non sospettavi l’esistenza. Come quando esci in una giornata che pensavi fosse solo un po' uggiosa, con un giacchetto leggero e convinta che l’ombrello sia un oggetto obsoleto del passato, tipo i floppy disk o i libri sui dinosauri con i nomi sbagliati.
E poi, bam!
Eccoti lì, assediata da un diluvio sotto una tettoia liberty che sembra ironicamente più fragile di te.
Tenti di darti un'aria composta, guardi la pioggia, la città scorrere, mentre tu, immobile, diventi una comparsa in una scena che non sapevi di star girando.
È proprio lì, sotto il cielo grigio Torino, con la Mole che ti guarda come un vecchio parente saggio e affettuoso, che incontro Margherita.
Non è uno di quegli incontri casuali da film indie, dove ci si scambia un “ciao” svogliato e ci si perde nella folla senza neanche accorgersene, incontrare Margherita è come essere trascinati in un universo parallelo, uno di quelli che, nonostante tutte le stranezze, sembra più reale del tuo.
E se nel tuo universo parallelo c'è una donna dai capi colorati, con tatuaggi che raccontano storie e una passione per il cibo che sembra scorrere nelle sue vene al posto del sangue – beh, allora hai appena conosciuto Margherita.
Margherita si definisce "divulgatrice enogastronomica", ma per me suona un po’ troppo professionale, freddo, privo di quella magia che invece permea tutto ciò che fa.
No, Margherita ha un dono, una dote naturale: “Trovo i posti più strani, i più curiosi, e lo faccio come una missione,", il suo sorriso diventa una specie di firma invisibile, la prova tangibile che lei è esattamente quello che sembra: una guida per chiunque voglia perdersi nelle stradine di una città. "È come se fossi nata con una bussola interna che mi guida nei meandri delle città e mi fa trovare il luogo ideale in cui bere e mangiare.”
Sorride.
Sorride con gli occhi.
Il suo viso ispira fiducia.Mi racconta come questo suo dono di orientarsi tra tavole apparecchiate sia nato molto prima di scoprire e iniziare a usare Instagram nel 2010.
Il suo amore per il cibo è una questione di famiglia, affonda le radici nelle cucine di suo padre e sua nonna. "Mio padre cucinava, e io ero lì, una bambina affamata non tanto di cibo, quanto di esperienze, di sensazioni. Impastavo, annusavo, guardavo e memorizzavo ogni cosa come se fosse la chiave per capire il mondo." La torta verde della nonna, un’antica ricetta di famiglia, era un rituale, una connessione con qualcosa di più grande, di più profondo.
C’è un lampo nei suoi occhi quando parla di quei momenti, una scintilla di nostalgia, ma anche una calma consapevolezza. "Il cibo è il mio linguaggio d’amore, se vedo che sei triste, ti preparo qualcosa da mangiare." E la cosa impressionante è che lei sa sempre cosa ti piace, perché si è preoccupata davvero di capire chi sei. "Mi piace prendermi cura di chi amo, anche attraverso la coccola di un piatto appena sfornato”, come dire: non ti do solo da mangiare, ti do un pezzo di me stessa.
Poi si siede più comoda, e parliamo dei suoi luoghi del cuore.
"Allora, ecco i miei posti del cuore," dice come qualcuno che sta per rivelarti una password, non quella del Wi-Fi ma quella delle radici, di quei luoghi che porti con te come amuleti. “Innanzitutto, Pecetto Torinese. Non è solo perché ci sono nata, anche se sì, è anche per quello, ma soprattutto è per le ciliegie. Lo so che suona assurdo, ma fidati, è una cosa antica, quasi rituale. Perché a Pecetto le ciliegie non sono solo ciliegie; sono… come dirti? Un’identità. Vai ovunque, in ogni altra parte del mondo, e lì le ciliegie sono solo frutti rossi con i piccioli. Ma a Pecetto sono amuleti. È la collina, il sole che non brucia ma scalda, quella calma che si posa su di te come una coperta spessa in una giornata ventosa. È come stare dentro un quadro rurale che, a ogni stagione, ti si dipinge intorno.”
“Poi c’è il G.A.F. a Cambiano. Lì trovi Guido. Guido Fejles, lui è quel luogo.
Ha questo ristorante ricavato dalla segheria del nonno, un posto con un’allure quasi da Brooklyn post-industriale.
Guido, con quel suo modo da Oste con la O maiuscola, ti fa sentire come se ogni storia che ti racconta ti appartenesse un po’. E poi la sera, quando entrano in scena Nicolò e Paolo a prepararti un cocktail, è lì che capisci che la serata è appena iniziata. Una bistronomia, sì, alta cucina, ma priva di pesanti formalismi. Il tipo di posto dove puoi andarci con chi ami o solo con te stessa, e senti addosso un senso di libertà quasi insolito, difficile da spiegare a chi non ci è stato.”Mi giro per guardarla e colgo quell’energia che sembra quasi fuori misura, un po' come il sole del tramonto che sfugge alle nuvole. Prima che io possa interromperla con una domanda, lei continua, quasi leggendo la mia curiosità. “Montabone. Un altro posto del cuore che non è proprio Torino, è un paesino dell’Alta Langa Astigiana, dove il concetto di tempo si diluisce. Patrimonio UNESCO oggi, certo, ma per me è stato sempre e solo “casa”. La chiesa di San Rocco appena ridipinta per un progetto di Artissima, le cantine, quella panchina gigante dove ti siedi e ti senti piccolo piccolo, una formica in un universo di giganti. Ti ci porto, promesso.”
E c’è quel momento in cui ti chiedi se hai più fame per i piatti di cui parla o curiosità per i luoghi che tratteggia con queste parole che senti quasi di poter vedere, toccare. “Adesso torniamo a Torino, alla Tauer Bakery,” aggiunge. “Conosco Alessandra fin dall’inizio, sai? Ricordo quando hanno aperto in via Ormea. E adoro il loro brunch. Adoro come pensano a tutti, a ogni palato, senza distinzioni.”
Mi parla poi di Mollica, con l’affetto di chi racconta di un vecchio amico. “Io ero compagna di università della fidanzata storica di Tommaso, e un giorno mi disse che il suo ragazzo stava aprendo un posto. Sette anni dopo, Mollica è un’istituzione, con due negozi e un’etica che traspare in tutto.”
L’ultimo posto, dice, non è legato al cibo, ma al cuore pulsante della città: il Balon. “Lo storico mercato delle pulci di Torino, quello con una collezione di oggetti che va dal surreale al vintage. Io ci andavo da piccola con i miei genitori, e c’era questo ristorante marocchino dove servivano un tè alla menta di cui ancora ricordo il sapore. Mio papà aveva un negozio di abiti customizzati da lui e al Balon andavamo a scovare abiti come se fossero tele bianche che mi padre avrebbe trasformato in opere d’arte e poi le immancabili giacche militari, vera passione di mia madre.”
E per un attimo resta lì, sospesa, come se le nostre chiacchiere l’avessero portata in un’epoca diversa, in quei ricordi che le appartengono come un pezzo del suo essere. Sorride, e con quel sorriso mi invita in un luogo privato, in cui tutto è intrecciato, tutto si tocca, tutto ha un significato. E mentre la guardo, capisco che per lei quei posti non sono solo spazi geografici. Sono una mappa emotiva, fatta di persone, storie e frammenti di vita che abitano ancora dentro di lei.
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