[REPLAY] La vita dovrebbe essere un fatto di equilibrio, non di evasione
parliamone insieme!
Premessa: come per la maggior parte dei professionisti che seguo online, anche per me i social rappresentano un asset fondamentale della comunicazione del mio business.
Viviamo in un'epoca in cui i social media hanno trasformato il modo in cui comunichiamo, lavoriamo e promuoviamo noi stessi: per molti professionisti, me inclusa, queste piattaforme rappresentano uno dei canali principali di relazione con la mia community e proprio per questo c'è un aspetto che spesso mi lascia perplessa, da una parte e mi infastidisce dall’altra: il concetto di “staccare la spina”.
Partiamo dal secondo aspetto: quello che mi dà fastidio.
Spesso mi capita di vedere colleghi e professionisti che, appena iniziano le vacanze, condividono storie in cui esaltano l'importanza di staccare dal lavoro, di lasciare tutto per ritrovare loro stessi, di smettere di pensare al lavoro per un po’. Tuttavia, pochi giorni dopo - se non ore - li ritrovo online, sempre attivi, pubblicando contenuti che rispettano al 100% personal branding, posizionamento e magari mettono anche qualche link ai freebie; ora, secondo me fanno benissimo ed è così che si dovrebbe agire, ma quindi perché pontificare sull’importanza di staccare? Perché agire in modo così poco coerente, e quindi poco professionale, tra quel che si dice e quel che si fa?
Recentemente ho ricevuto critiche per un reel - questo - in cui racconto di non andare praticamente mai in vacanza, o meglio, di non staccare mai la testa al 100% dal lavoro e di come mi sembrasse una cosa normale.
Lo puoi vedere cliccando sull’immagine qui sotto.
Dopo quelle critiche ho chiesto su Instagram a chi mi segue perché sentisse il bisogno di andare in vacanza e alcune risposte, non della maggior parte di chi mi segue, per fortuna, mi hanno portato al secondo - che nel mio elenco iniziale era il primo - punto di questa newsletter: mi lascia perplessa.
Ecco le risposte:
- Se non vado in ferie crollo
- Per ricaricarmi
- Impossibile riprendere a settembre senza staccare
- Mi sembra di non avere più idee, ma forse è solo la stanchezza
- Per non divorziare!
- Solo in vacanza ho il tempo di dormire
- etc etc…
Non voglio essere io adesso a pontificare, ma mi chiedo se non sarebbe meglio godersi il lavoro che abbiamo scelto, o alcuni aspetti del lavoro, anche in estate.
La domanda fondamentale è: “È davvero necessario arrivare al burnout per capire che il vero equilibrio non si ottiene con fughe temporanee, ma con un approccio costante e sereno alla vita quotidiana?”
Possiamo liberarci di questa mentalità tossica che ci impone di produrre senza sosta per 11 mesi all’anno e 5 giorni su 7? Il rischio è quello di alimentare una cultura che, come abbiamo visto alle Olimpiadi, ci fa sentire perdenti nell’essere i quarti più bravi al mondo!
Lo stesso discorso vale per il rapporto che culturalmente abbiamo con il lunedì e il venerdì: basta celebrare il venerdì come una vittoria o lamentarsi del lunedì come delle drama queen.
Se sentiamo l'urgenza di “staccare” dal lavoro, che dovrebbe essere una fonte di realizzazione e non di stress, forse è il segnale che qualcosa non va: il lavoro e le passioni dovrebbero essere parte di un flusso continuo che ci accompagna durante l'anno, non qualcosa da cui scappare appena possibile.
Se il lavoro è per me fonte di soddisfazione, perché dovrei voler "staccare"?
Se sentiamo il bisogno di chiudere tutto con entusiasmo alla fine della settimana o prima delle vacanze, forse manca qualcosa: un equilibrio tra lavoro e vita che ci permetta di vivere ogni giorno sereni e soddisfatti del lavoro che facciamo.
Il piacere di lavorare non richiede fughe o stacchi di spine.
Non si tratta di scappare dalla routine per rifugiarsi per qualche settimana su una spiaggia lontana, ma di vivere ogni giorno con lo stesso spirito, che sia lunedì o venerdì. La vacanza non dovrebbe essere una pausa dalla vita, ma un'estensione di essa, un momento in cui continuiamo a coltivare ciò che amiamo - come una di voi mia ha risposto:
Nel corso degli anni, ho lavorato con tante professioniste proprio su questo tema e sono loro la prova che cambiare punto di vista e abitudini è possibile, spesso non lo si fa perché non si è consapevoli che si possa fare, perché siamo cresciuti con quel modo di pensare e l’abbiamo sempre creduto normale invece la vita non è divisa tra dovere e piacere, tra giorni di fatica e giorni di libertà, è un tutt'uno, una danza continua tra ciò che facciamo e ciò che amiamo.
Il segreto sta proprio qui: iniziare a interiorizzare un modo diverso di vivere il lavoro e le nostre giornate, un modo che ci permetta di affrontare ogni giorno con serenità, senza la necessità di una fuggire in vacanza.
Se l’idea di cambiare punto di vista ti piace, ma non sai da dove iniziare ho regalato alla Wave Community un percorso gratuito di 4 giorni, un’e-mail al giorno, che inizia lunedì e, se vuoi, puoi partecipare anche tu cliccando qui sotto.
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Questa è una riflessione che avrei voluto scrivere, io!! E grazie per averla 'replicata', allora, Elisa!
Coltivo tali pensieri sin da quando, pendolare, frequentavo l'università e viaggiavo insieme a compagni di carrozza che erano al 95% frustrati, insoddisfatti e furiosi nei confronti del loro lavoro. Quando ho capito che ciò che facevo, l'ambiente in cui lo facevo, le persone con cui lo facevo, mi stavano indirizzando verso quello stile di esistenza, ho gettato il cuore oltre l'ostacolo e ho barattato una discreta sicurezza economica con il gusto di dedicare le mie giornate a ciò che amo e che può, in qualche modo, servire anche agli altri. E, come te, non esiste per me differenza tra il 7 gennaio, il 24 dicembre oppure il 15 luglio: ciò che sostiene la mia visione della vita È anche ciò che costituisce il mio lavoro.
Mi interrogo: può essere definito 'privilegiato' un sentire simile? Io, di certo, mi sento privilegiata per avere scelto di orientare la mia vita professionale - e non solo! - in questa direzione.