Se guardi a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà dentro di te
Una riflessione sui recenti cambiamenti in Meta
C’è qualcosa di ipnotico, quasi inevitabile direi, nel modo in cui le grandi figure tecnologiche navigano il mare in tempesta dell’industria digitale. Non lo fanno come noi, comuni mortali, che al massimo proviamo a evitare gli scogli o a non cadere fuori bordo. No, loro cavalcano le onde, tracciano nuove rotte e, quando non riescono a dominare un’idea che funziona, la fanno propria. Mark Zuckerberg, nello specifico, sembra incarnare perfettamente questa capacità quasi mitologica di mutare pelle e reinventarsi, sempre un passo avanti rispetto agli altri, o almeno abbastanza veloce da integrare ogni innovazione altrui prima che diventi una minaccia reale.
Se una piattaforma introduce una nuova funzionalità di successo, Meta è lì, pronta a copiarla e adattarla. Non puoi comprare Snapchat? Nascono le Instagram Stories. TikTok domina con i video brevi? Ecco Instagram Reels. E ora, prendendo spunto da Elon Musk e X, Meta sembra aver deciso di cavalcare anche l’ondata di rimozione del fact-checking, presentandola come una mossa per “difendere la libertà di espressione.”
Ma non è solo un cambio di direzione tecnica, è un manifesto politico. Quando Zuckerberg cita la vittoria di Trump nel 2016 e il modello di Musk, non si limita a guardare al passato o a copiare una strategia, sta cercando di posizionarsi in un panorama politico e culturale in mutamento, in cui la libertà di espressione diventa un terreno di scontro ideologico. Il trasferimento del dipartimento di moderazione dalla California al Texas non è solo una questione logistica, è una dichiarazione simbolica: un segnale di distacco dalla Silicon Valley progressista per avvicinarsi a un’America più conservatrice.
Mark Zuckerberg non solo cavalca le onde, ma sa anche quando appropriarsi della barca più veloce. In questo caso, la barca è l’idea di spostare la responsabilità dalla piattaforma agli utenti, una scelta che, se da un lato riduce i costi e le polemiche dirette, dall’altro rischia di amplificare le bolle di disinformazione.
E mentre Zuckerberg prosegue con il suo pragmatismo tecnologico, ciò che ci resta è una riflessione sul ruolo che le piattaforme digitali hanno assunto nelle nostre vite. Non si tratta più solo di strumenti, ma di architetture del pensiero collettivo, ecosistemi che influenzano il modo in cui percepiamo il mondo e interagiamo con esso. Affidare a una di queste piattaforme il compito di determinare cosa sia vero e cosa no, come abbiamo fatto per anni con il fact-checking, non solo non ha funzionato, ma ha anche rinforzato l'idea che il giudizio critico sia un compito delegabile, quasi un "servizio" accessorio.
Il punto, però, è che non può esserlo.
Il pensiero critico non è un algoritmo e nemmeno una funzione. È un'abilità che si costruisce con fatica e dedizione, a partire dalle fondamenta dell'istruzione. È nelle scuole, nei dibattiti in aula, negli esercizi di confronto e nella lettura critica che si sviluppa la capacità di discernere.
Il problema è che in un contesto dove la velocità prevale sull'accuratezza e il sensazionalismo vince sul ragionamento, l'idea di




