Chiacchiere con Elisa

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Grow on Substack

Substack è davvero gratis?

Oggi mi tocca farvi fare un bagno di realtà nei confronti di Substack

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Elisa Scagnetti
gen 20, 2026
∙ A pagamento

C’è un’obiezione che mi arriva ciclicamente, ogni volta che condivido strategie di comunicazione e business applicabili su Substack: sono obiezioni, per l’80% prive di aggressività e polemica, bensì permeate dalla stanchezza, da una forma di saturazione che riconosco e che, se devo essere onesta, attraversa anche me.

Suona più o meno così: “Non possiamo semplicemente scrivere per condividere, senza il peso costante di doverci posizionare, crescere, monetizzare, strutturare ogni singolo gesto editoriale?”

È una domanda legittima, persino necessaria, il punto però è che spesso stiamo utilizzando la stessa parola per descrivere due cose profondamente diverse: quando le persone che incontro online mi dicono di rifiutare l’idea di strategia, ciò che stanno davvero respingendo non è la pianificazione o l’intenzionalità, ma l’ansia da performance che ne deriva.

Il problema infatti nasce, secondo me, nel momento in cui confondiamo la strategia, intesa come consapevolezza del contesto in cui operiamo, con la competizione fine a se stessa e la spontaneità con l’assenza totale di intenzionalità progettuale.

Perché Substack non è Word, non è un diario privato, non è un documento salvato in locale che nessuno vedrà mai, anche quando lo abitiamo in modo intimo, anche quando scriviamo convinte di farlo “solo per me”, stiamo comunque occupando uno spazio pubblico: uno spazio progettato, FINANZIATO (nel 2025, Substack ha raccolto un round di finanziamento da 100 milioni di dollari, raggiungendo una valutazione di 1.1 miliardi e lo status di "unicorno) e governato da dinamiche che esistono indipendentemente dal nostro rapporto con esse e ignorarle non ci renderà più libere, ci renderà soltanto meno consapevoli.

E qui vale la pena fare una distinzione che spesso sfugge all’inizio del confronto, ma che è fondamentale: se siamo su Substack per scrivere come fosse un diario segreto reso pubblico o un blog degli anni dieci, va benissimo scrivere di pancia o per il piacere di farlo - viva dio - scherziamo?

La cosa cambia se siamo su Substack come professioniste!

Perché quando un fotografo condivide su Substack il risultato di anni di ricerca visiva, quando Salman Rushdie pubblica il suo nuovo libro sulla piattaforma e sceglie di metterlo dietro paywall, quando qualsiasi professionista, che sia copywriter, illustratrice, giornalista, consulente, decide di usare questo spazio per distribuire contenuti nati da anni di studio, esperienza, investimento personale ed economico, la domanda non dovrebbe essere “perché a pagamento?”, la domanda dovrebbe essere: “perché dovrebbe essere gratis?”

Il lavoro va pagato, che sia creativo, informativo, consulenziale... Non è un’affermazione ideologica, è un principio di sostenibilità, e confondere la generosità della condivisione con l’obbligo alla gratuità significa perpetuare quella stessa logica che ha reso insostenibile gran parte del lavoro culturale negli ultimi vent’anni.

Ed è proprio qui che si inserisce la questione che voglio affrontare oggi: Substack è davvero gratis? Quanto costa a noi professioniste questa piattaforma?

Perché la risposta che diamo a questa domanda dice molto di più di quanto sembri sul tipo di progetto che stiamo costruendo, sulla sostenibilità che immaginiamo per noi stesse, sul valore che attribuiamo al nostro lavoro e sul tipo di libertà che vogliamo davvero difendere.

Nelle Chiacchiere con Elisa oggi vi scrivo di:

Substack è un ecosistema economico
Il costo che vedi e quello che non vedi
Scrivere su Substack è gratis finché non chiedi nulla
Quando Substack conviene (e quando smette di farlo)
Quando il “gratis” diventa la voce di costo principale
Il 10% è un costo o un investimento in crescita?

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