C'è una cosa di cui non Chiacchieriamo ancora abbastanza
da Adolescence alla Manosfera, dove andremo a finire, Signora mia!
C’è una cosa strana che succede quando guardi Adolescence e poi, qualche mese dopo, guardi Inside the Manosphere di Louis Theroux: non hai la sensazione di aver visto due cose diverse, ma di aver visto la stessa cosa due volte, la stessa cosa da angolazioni opposte, come se girassi intorno a un oggetto che non riesci ancora a mettere a fuoco e capisci che ti sfugge il punto fondamentale che spiegherebbe ciò che stai guardando.
Adolescence mi aveva lasciato diverse domande, quesiti aperti che non riguardano la storia narrata nella serie, ma qualcosa di più ampio e, per molti, difficile da comprendere: qualcosa che ha a che fare con il modo in cui si cresce, il modo in cui si impara a stare al mondo, il modo in cui si prova a capire chi si è quando nessuno te lo spiega.
Poi guardi il documentario di Louis Theroux “Dentro la manosfera” e ti sembra, almeno all’inizio, che la risposta a quelle domande sia lì dentro: gli influencer, i video, i soldi, i corpi, le dirette infinite, le frasi che diventano slogan, i ragazzi che corrono per strada a farsi una foto con qualcuno che li ha convinti di valere meno di zero ma che può insegnare loro come diventare qualcuno, eppure anche a quella narrazione manca qualcosa.
Prima di andare avanti, cos’è la Manosfera?
Prendo in prestito la definizione che Francesca Cavallo ha dato nella sua newsletter:
“Per manostefa o maschiosfera si intende quell’insieme di influencer maschi che su diverse piattaforme social (Youtube, Twitch, TikTok, Instagram, etc.) producono contenuti che dovrebbero aiutare i ragazzi e gli uomini ad avere un fisico perfetto, a fare più soldi e ad avere successo con le donne.”
Nel documentario di Theroux ne vediamo alcuni tra i più noti: Justin Waller, HSTikkyTokky, Sneako, Myron Gaines, uomini che condividono un profilo abbastanza preciso: ossessionati dal proprio aspetto fisico e dalla continua ostentazione di ricchezza e conquiste sessuali, apertamente antisemiti e omofobi (uno di loro dice a Theroux che se avesse un figlio gay lo ripudierebbe, salvo ripeterlo con meno convinzione quando sua madre è nella stessa stanza), misogini in modo sistematico, tanto che le donne con cui stanno vengono descritte come sottomesse, ma non vengono mai lasciate parlare liberamente con il giornalista.
Sono persone che passano in diretta streaming sette, otto ore al giorno, lasciando che i commenti di chi li guarda da casa guidino le loro scelte, le loro reazioni, a volte le loro azioni. Uomini che dicono di volere la libertà assoluta, di non rispondere a nessuno, ma che invece vivono interamente in funzione di uno sguardo esterno sempre online.
Il problema non è che la manosfera esista, il vero problema è che funziona e funziona perché intercetta qualcosa di reale: la solitudine, la confusione, il bisogno urgente di capire come stare al mondo. Prende tutto questo e lo trasforma in risposte semplici, dirette, senza ambiguità e per un adolescente un messaggio sbagliato ma facile sarà sempre più potente di uno giusto ma complesso, confuso, frammentato, difficile da interiorizzare.
Parlare di “solitudine, confusione, bisogno urgente di capire come stare al mondo” mi ha ricordato questa bella intervista di Francesco Costa a Francesca Cavallo
C’è una frase che ho letto in questi giorni e che, secondo me, spiega molto bene la modalità operativa della manosfera:
I ragazzi non vengono reclutati, vengono assorbiti.
Non c’è un momento preciso in cui qualcuno bussa alla porta di un adolescente e gli dice “vieni con noi”, c’è un flusso, fatto di contenuti social, meme, video motivazionali, fitness, soldi, relazioni, un linguaggio che cambia piano piano, diventa più identitario e a un certo punto non è nemmeno più questione di idee che condividi o meno, diventa parte della tua bolla, diventa il tuo linguaggio, inizi a far parte di quella tribù e quando inizi a vedere il mondo attraverso quella lente, che tu lo voglia o no, che tu te ne accorga o no, sei parte della manosfera.
Ma c’è un passaggio che trovo ancora più problematico e che non viene abbastanza analizzato nel documentario di Theroux: questo non è solo un fenomeno culturale, è anche un modello di business preciso, studiato, scalabile.
Nel ha parlato molto bene Mattia Marangon qui
Hanno capito che quel bisogno può essere intercettato, semplificato, amplificato e venduto e lo hanno fatto con una competenza che fa quasi impressione:
la solitudine diventa audience, l’insicurezza diventa conversione e più il messaggio è estremo, più funziona e non nonostante sia estremo, ma proprio perché lo è!
Altrove trovano discorsi giusti, necessari, importanti, ma spesso dicono cosa non essere, mentre la domanda a cui rispondere è “cosa essere”.
In uno dei tanti articoli che ho letto preparando questa newsletter, a un certo punto si parla di “ragazzi che crescono con la vergogna come unica bussola morale”, non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato, ma perché non hanno mai costruito davvero un senso di valore ed è qui che arriva qualcuno un influencer a dirti: “è vero, non vali niente, ma puoi diventare qualcuno”. È una falsa promessa, ma è una promessa, e come tutte le promesse, funziona meglio del silenzio.
E allora adesso possiamo vedere Adolescence è renderci conto che non è solo una serie televisiva, ma segna il momento preciso in cui un fenomeno smette di essere ignorabile e, finalmente, diventa visibile a tutti, non solo a chi studia questi fenomeni da anni, non solo agli educatori e ai ricercatori e ai giornalisti specializzati, ma a chiunque abbia un account Netflix e una serata libera.
Quello che sta succedendo, con Adolescence prima e con Inside the Manosphere dopo, è qualcosa che anni di ricerca accademica, di allarmi degli insegnanti, di articoli specializzati non erano riusciti a fare: portare queste tematiche nella vita di persone che non avrebbero mai cercato un articolo sulla manosfere, che non sapevano cosa fosse la “red pill”, che non avevano mai sentito parlare di incel e che adesso, invece, si ritrovano a fare domande, a guardare i propri figli con occhi diversi, a chiedersi se quella cosa lì riguarda anche loro.
Quindi siamo davanti a una sorta di lieto fine?
Grazie Netflix che ci hai aperto gli occhi?
Magari!
Purtroppo non è così semplice, il rischio di fermarsi a queste poche informazioni è enorme, la visibilità che una piattaforma come Netflix sta dando a questo fenomeno deve/dovrebbe essere solo l’inizio, Inside the Manosphere, in particolare, mostra già i suoi limiti nel momento in cui lo guardi, se sai dove guardare: il documentario non spiega da dove viene la manosfera, non racconta i forum incel degli anni Duemila né i morti che questo mondo ha già prodotto, da Isla Vista a Toronto, non nomina il Gamergate del 2014, che per me rimane una delle storie più rivelatrici - e che più mi fanno incazzare - di come internet sia diventato quello che è oggi.
Per chi non la conoscesse: nell’agosto del 2014, un post di un ex fidanzato della sviluppatrice di videogiochi Zoë Quinn scatenò una campagna di molestie online senza precedenti, coordinata attraverso 4chan, 8chan e Reddit e amplificata su Twitter con l’hashtag #GamerGate, che prese di mira Quinn e altre donne del settore videoludico con minacce di morte e stupro, doxxing, hacking, molestie organizzate che le costrinsero a lasciare le proprie case e cambiare ogni cosa delle loro vite.
Mascherata da dibattito sull’etica nel giornalismo videoludico, fu in realtà la prova generale di tutto quello che sarebbe venuto dopo: i meme come attacchi personali, le false accuse coordinate online, l’odio trasformato in intrattenimento virale.
Se volete capire come siamo arrivati fin qui vi consiglio il libro di Riccardo Luna “Qualcosa è andato storto” che racconta il processo che ha portato internet dall’essere una speranza per il futuro a diventare quello che è oggi e il Gamergate è uno dei capitoli che segnano in modo significativo un prima e dopo.
Tornando al documentario “Dentro la manosfera” quello che non viene approfondito è come funzionano gli algoritmi che trasformano un ragazzo che cerca video di fitness in un consumatore di contenuti sempre più estremi, non dà voce alle donne che vivono nell’orbita di questi uomini, non va mai abbastanza in profondità da far capire allo spettatore che è un sistema economico e ideologico con radici profonde, con mezzo secolo di storia alle spalle e conseguenze sulla vita reale degli adolescenti: il ragazzo di tredici anni che guarda il lavoro di Theroux su Netflix non vede la critica sociale, vede le Lamborghini.
Una volta spento lo schermo, siamo solo all’inizio e tutto è lasciato nelle mani del singolo, la conversazione è finalmente iniziata, ma è ancora fragile, incompleta, affidata in larga parte alla curiosità di quel genitore che decide di cercare oltre, di quell’insegnante che porta in classe domande nuove, di quella persona che non si accontenta di aver visto un documentario e vuole capire davvero cosa sta accadendo.
Non è una colpa di Netflix, anzi, è semplicemente il limite di qualsiasi primo passo: apre una porta, ma sta a noi attraversare la soglia ed entrare in un mondo sconosciuto e per certi versi incomprensibile e destabilizzante, sta a noi non limitarci all’indignazione e continuare a fare domande.
Mi piacerebbe continuare a parlare di questa e delle altre tematiche che tratto nella mia newsletter domenicale durante la settimana in chat, alcune volte saranno argomenti più leggeri, come il concerto dei Subsonica o KPop Demon Hunters, altre più complesse come la Manosfera.
Chiacchieriamo insieme, la chat è aperta e il caffè è già sul fuoco!
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