Chiacchieriamo di esistenza autentica, cimiteri e finitezza della vita
…oltre a idee, strategie e appuntamenti!
UN AVVERTIMENTO PRIMA DI INIZIARE
Oggi chiacchieriamo di cimiteri e morte e questo argomento, per alcune persone, è un tema delicato o destabilizzante, quindi preferisco mettere subito un Trigger Alert, così che tu possa scegliere se leggere, non leggere o posticipare a un altro momento.
Inserirò anche foto di cimiteri, ma, sempre per non urtare nessuno, le ho raccolte in una galleria alla fine.
Qualche info sul mio spazio editoriale e sulla possibilità di vederci in giro:
💬 Perché la mia newsletter si chiama “Chiacchiere”: visto che spesso mi è stato chiesto, l’ho spiegato qui e ti avverto, dei due, tu sei quella che cucina in camper!
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Chiacchieriamo di esistenza autentica, cimiteri e finitezza della vita
Una delle tappe quasi immancabili dei miei viaggi sono i cimiteri delle città che visito, non c’è un momento in cui questa abitudine è iniziata, l’ha sempre fatto anche mio papà, ma solo crescendo e vivendo questi momenti in solitudine mi sono accorta di come sia una potentissima forma di educazione silenziosa allo sguardo.
Dai grandi cimiteri monumentali di Parigi, Londra o Milano a quelli più piccoli e raccolti, come quello di Piombino affacciato sul mare o di Peccioli sospeso sulle colline, ho imparato che questi luoghi restituiscono misura, non so bene misura di cosa, esattamente, di tutto, credo.
Ho finito in questi giorni “Botanica della meraviglia”, un libro di Tlon e c’è un’idea contenuta al suo interno che mi piace tantissimo: attraversare un cimitero non è un fatto estetico né una curiosità culturale, ma qualcosa di più fisico e diretto, come scrivono Maura Gancitano e Andrea Colamedici, è una questione di presenza consapevole.
Non si tratta di sapere cosa fare, ma di imparare a stare, nei cimiteri il passo rallenta, come quando entriamo in un museo o in una chiesa, il corpo sa che deve cambiare ritmo, l’attenzione ai dettagli aumenta ed è proprio il cimitero stesso che, se glielo permettiamo, ci dice come vuole essere abitato.
Ogni tomba che incroci “non è solo un punto di arrivo, ma il segno di un’intera esistenza”, l’ingresso del cimitero diventa una sorta di portale tra la frenesia quotidiana e una dimensione più contemplativa: un luogo in cui fermarsi per riflettere sulla propria finitezza, un luogo che ci ricorda che siamo esseri finiti e che, proprio per questo, siamo capaci di dare senso al tempo che ci è stato dato.
Martin Heidegger, nel suo libro “Essere e tempo” parla di Sein zum Tode, essere-per-la-morte, una sorta di diagnosi ontologica che ci ricorda che noi esseri umani siamo esseri viventi che un giorno moriranno, siamo esseri che vivono sempre in relazione alla propria morte, che la portano con sé come orizzonte costante, anche quando preferiamo non pensarci.
Heidegger distingue tra un’esistenza inautentica e una autentica:
l’inautenticità è la dimensione del das Man, del “si”: si dice, si fa, si pensa, si vive così, etc...
In questa modalità la morte è sempre l’evento di qualcun altro: esterno, posticipabile all’infinito, non è mai urgente, non è mai personale, non è mai adesso, è sempre una questione che riguarda qualcun altro, preferibilmente qualcuno che non conosci bene.L’esistenza autentica, invece, accoglie la propria mortalità come l’orizzonte che dà significato a ogni cosa: ogni istante, ogni gesto, ogni decisione si carica di senso proprio perché non ci è concesso un tempo illimitato.
L’esistenza autentica smonta l’illusione più diffusa in occidente: quella di avere sempre tempo, se il tempo è infinito, nulla è decisivo, ogni scelta può aspettare “ci pensiamo dopo” e quel dopo si sposta in avanti all’infinito.
È qui che il cimitero mi riporta al centro della mia esistenza autentica: davanti a un nome inciso nella pietra e a quella foto minuscola tra una data e l’altra, la nostra finitezza diventa tangibile.
Quel trattino, tra una data e l’altra, è un’esistenza intera, tutto quello che quella persona ha visto, voluto, rimandato, fatto in tempo e non fatto in tempo, è lì, è finito, non c’è modo di espanderlo.
Quando giro tra le tombe di persone mai conosciute, ma anche di persone conosciute tanto, poco o a cui ho voluto un bene dell’anima, imparo a stare in presenza della mia finitezza senza sentirmi sopraffatta, ho imparato a vivere tutte le emozioni che mi attraversano nel vedere la vita e la morte nello stesso luogo, nel ritrovare nel mio essere mortale il suo significato di ogni gesto, parola, sorriso che condivido.
Vivere autenticamente significa accettare di essere mortale, non fuggire dall’angoscia ma attraversarla, comprendere che la finitezza non è un problema, ma ciò che rende tutto più prezioso, nel loro libro Gancitano e Colamedici scrivono che la vera libertà non consiste nel negare o nel fuggire dalla condizione di esseri mortali, ma nell’assumersela consapevolmente, facendone il fondamento di un’esistenza significativa.
“La vita è bella non perché ignoriamo l’orrore, ma perché anche nell’orrore qualcosa in noi continua a fiorire inappropriatamente, ostinatamente, necessariamente.”
Questa frase di Etty Hillesum dal campo di Westerbork non promette che le cose andranno meglio, non nega la catastrofe, non minimizza la precarietà, non è ottimismo dolciastro, è qualcosa di più potente, un’affermazione di presenza che non ha bisogno di condizioni favorevoli per esserci.
Forse è questo che cerco, da Parigi a Peccioli, una misura, la sensazione che la finitezza sia la condizione stessa che rende prezioso il tempo che mi è dato.
Parcheggiare il camper davanti a un cimitero mi ricorda che il mio trattino tra due date sarà preciso e finito e che proprio per questo posso decidere di cosa riempirlo.









Weekly Substack tip
Nascondi quelle statistiche!
A un certo punto mi sono accorta che ogni volta che aprivo la dashboard di Substack il mio sguardo andava direttamente al numero degli iscritti, era la prima cosa che cercavo.
Se il numero saliva, micro soddisfazione.
Se era fermo, leggero fastidio.
Se era sceso, analisi immediata: cosa ho sbagliato? Dove ho perso persone? Dovevo scrivere diversamente?
Poi mi sono accorta che quel numero non stava migliorando la qualità delle mie pubblicazioni, ma solo alimentando la mia ansia di performance!
Quindi ti chiedo: stai guardando le tue statistiche come strumento strategico o come metro del tuo valore?
Quando il numero è sempre visibile, rischia di trasformarsi in una competizione silenziosa non con gli altri, ma con te stessa: “Ho fatto 20 iscritti la settimana scorsa, oggi solo 5… devo cambiare tono? Devo scrivere meno? Di più? Devo inseguire un trend?”
E in tutto questo smetti di concentrarti sulla qualità di quello che crei.
Da quando ho nascosto il numero degli iscritti dal mio profilo scrivo con più presenza, mi assicuro che quello che pubblico sia coerente con il mio progetto, con la mia visione, con il tipo di relazione che voglio costruire.
I numeri li guardo, certo, ma quando decido io, non come riflesso automatico ogni volta che entro nella piattaforma.
Se vuoi fare lo stesso:
Vai alla tuo Dashboard
Clicca su Impostazioni
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Attiva “Nascondi statistiche”.
Prova per un mese, nascondi le statistiche e osserva cosa succede!
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Nuovi contenuti pubblicati in settimana
Questa settimana ho pubblicato:
Qui, come sempre, i contenuti evergreen che aggiorno regolarmente:
Substack “dalla A alla Z” quello che ti serve sapere per usare bene Substack, come vedrai ci sono ancora dei contenuti da inserire, ma molte analisi, consigli pratici, esempi reali e link alle risorse fondamentali sono già presenti!
Il mio Framework che ho presentato anche nella Masterclass su come crescere su Substack nel 2026 e che uso nelle sessioni individuali.
Cosa leggere
Oltre a “Botanica della Meraviglia” di Tlon che mi ha ispirato questa newsletter, vi consiglio di leggere tutto quello che pubblica Giulia Depentor, la sua newsletter La newsletter del Camposanto - ma anche il suo podcast - sono uno spazio di profondità e leggerezza che rimette tutto nella giusta prospettiva.










Leggendoti, mi sono resa conto che anche io spesso frequento i cimiteri dei luoghi che visito. Mi perdo fra quelle vite passate e mi immergo nel passato che immagino sia stato. Io, a differenza di quel che scrivi, provo un senso di angoscia al pensiero che siamo solo quel trattino fra due date, che tutto passa e tutto scorre e che quello che sembra importante per ognuno noi, in un attimo perde quel significato per divenire solo un cimelio. Grazie per avermi fatto pensare a tutto ciò.
Grazie Elisa!