Chiacchieriamo di fatica e decisioni
Anche conosciuta come Decision Fatigue
In questi giorni non ho vissuto la mia solita vita: niente camper, niente strade in cui rischiare di rimanere incastrata, niente cappuccini e colazioni in bar sempre nuovi. Sono tornata stanziale per qualche settimana e quasi subito mi sono accorta che le abitudini che tanto bene funzionavano in movimento non funzionavano, ovviamente, più!
Quando cambi lo spazio intorno a te, inevitabilmente tutto cambia: nel mio caso togliere il movimento significa anche togliere quella struttura invisibile che il movimento portava con sé e mi sono ritrovata a dover decidere di nuovo tutto: dove lavorare, quando uscire con Penny, cosa mangiare, come organizzare il tempo, etc…
Era da tempo che non arrivavo a sera così mentalmente stanca e questo mi ha fatto ripensare al concetto di Decision Fatigue studiato qualche anno fa.
Ogni volta che decidiamo consumiamo parte di una risorsa cognitiva limitata, e più decisioni prendiamo nel corso della giornata, più quella risorsa si esaurisce, indipendentemente da quanto siano importanti le scelte che stiamo facendo.
Roy Baumeister, psicologo sociale contemporaneo che ha dedicato decenni a studiare questo fenomeno, lo ha chiamato Ego Depletion: la progressiva diminuzione della capacità di autoregolazione che governa non solo le nostre scelte ma anche la concentrazione, la pazienza, la capacità di resistere agli impulsi. A un certo punto della giornata, la mente esausta non ti avvisa con un allarme che ha finito le riserve d’energia, ma in autonomia ti sposta in modo impercettibile verso la scelta più comoda, quella che richiede meno sforzo e che ovviamente, non è necessariamente quella giusta.
In questi giorni, però, la decision fatigue non arriva solo dalle mie piccole scelte quotidiane che sono cambiate, ma mi arriva, come credo anche a te, dal peso di quello che sta succedendo nel mondo, dalla guerra, dall’instabilità politica, dalla sensazione continua che tutto sia urgente e che niente di quello che facciamo sia abbastanza, o peggio, che sia fuori luogo; è una forma sottile di esaurimento che non riconosci subito, è un altro modo in cui la mente esausta smette di sentire i tuoi bisogni perché fuori c’è sempre qualcosa di più grande, di più grave, di più urgente, e tu finisci per mettere in coda anche te stessa.
Ho una soluzione per questo?
Ovviamente no, mi avrebbero probabilmente dato qualche premio nel caso, ma una cosa che so è che ignorarlo non aiuta e per chi lavora in proprio tutto questo ha un costo molto concreto.
La freelance, la solopreneur, la creativa che gestisce da sola la propria attività non ha una struttura alle spalle che assorbe una parte delle decisioni quotidiane, deve decidere su tutto, dagli aspetti più operativi a quelli strategici, dal tono da usare per rispondere a un cliente alla direzione che si vuole dare al proprio lavoro nei prossimi anni, tutto questo, spesso, nello stesso pomeriggio, con le riserve cognitive già consumate dalle scelte del mattino e dal rumore del mondo.
Io me ne sono accorta in modo molto diretto in questi giorni, quando ho dovuto ricostruire da zero abitudini che prima erano automatiche e ogni volta pagavo non uno ma ben tre costi della decision fatigue.
Il primo costo è il tempo, che potrebbe sembrarci ovvio e che potremmo anche pensare di saper gestire alla grande, ma come dico spesso:
non devi imparare a gestire il tempo, ma a gestire la tua energia nel tempo!
Infatti, quando l’energia cala ci ritroviamo a sprecarlo in decisioni che non lo meritano come passare quaranta minuti a scegliere la palette colori di una presentazione che vedranno in dieci persone e per dieci minuti!
Il secondo costo è più nascosto e riguarda tutto ciò che teniamo in sospeso, quello che potresti conoscere come Effetto Zeigarnik: perché ogni decisione non ancora presa non scompare dalla mente ma continua a occupare spazio cognitivo, sottraendo attenzione al lavoro che conta e la decision fatigue si alimenta anche di questo, di tutti i cicli aperti che non hai ancora chiuso, di tutte le scelte che stai rimandando. Chi lavora da sola tende ad accumulare più decisioni non ancora prese di chiunque altro, perché non c’è nessuno che metta un punto al posto tuo, è quella sensazione di essere sempre leggermente sopraffatte anche nelle giornate tranquille: non troppe cose da fare, ma troppe scelte ancora da prendere che continuano a consumare risorse anche quando non ci stai pensando.
Il terzo costo riguarda quella vocina che ti ripete: “forse avrei dovuto fare diversamente” che nasce dal fatto che ogni scelta chiude delle possibilità e quindi tendiamo a rimandare nella convinzione che aspettare sia una forma di prudenza e che in futuro decideremo meglio, quando invece è esattamente il contrario.
Quello che questi giorni mi hanno ricordato è che le abitudini - quelle decise con calma e ragionate - non sono gabbie, sono risparmio cognitivo, quando qualcosa è automatico non devo decidere, e quando non decido ho più energia per le cose che contano davvero, per il lavoro che richiede presenza, per tutto quello che solitamente finisce in fondo alla lista perché arrivo sempre troppo esausta per affrontarlo come vorrei.
Non siamo esaurite dalle grandi scelte della vita, siamo esaurite da tutte quelle micro decisioni che non avremmo dovuto prendere.
💬 Perché la mia newsletter si chiama “Chiacchiere”: visto che spesso mi è stato chiesto, l’ho spiegato qui e ti avverto, dei due, tu sei quella che “cucina” in camper!
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Nuovi contenuti pubblicati in settimana
Questa settimana ho pubblicato:
Qui, come sempre, i contenuti evergreen che aggiorno regolarmente:
Substack “dalla A alla Z” quello che ti serve sapere per usare bene Substack, come vedrai ci sono ancora dei contenuti da inserire, ma molte analisi, consigli pratici, esempi reali e link alle risorse fondamentali sono già presenti!
Il mio Framework che ho presentato anche nella Masterclass su come crescere su Substack nel 2026 e che uso nelle sessioni individuali.
Cosa guardare
In attesa del film che chiuderà la storia di Tommy Shelby, mi sono rimessa a guardare Peaky Blinders dall’inizio! Riguardando gli episodi mi sono accorta di una cosa che non ricordavo così bene: la fotografia, in particolare quella della prima puntata della stagione 6, che è probabilmente la più buia e la più bella dell’intera serie.
Il direttore della fotografia di quella stagione, il francese Mathieu Plainfossé, ha lavorato con il regista Anthony Byrne con una parola sola come bussola: gotico. La domanda che si sono posti all’inizio era: come si amplifica visivamente il buio e la tristezza di una storia che sta per finire? La risposta è stata spegnere le luci, letteralmente, passare dalle scene illuminate delle stagioni precedenti a qualcosa di più simile a fantasmi che si muovono nell’oscurità, da una scena spettrale all’altra.
Ho cercato un po’ online è ho trovato che le ispirazioni visive dichiarate dalla produzione includono le fotografie Autochrome, un procedimento fotografico che veniva usato nel periodo in cui è ambientata la serie, con colori desaturati tranne i primari, una leggera tinta seppia, profondità di campo ridottissima e immagini quasi oniriche.
Il risultato sono inquadrature in cui ogni fotogramma sembra quasi una fotografia a sé, campi larghi con i personaggi minuscoli dentro paesaggi vuoti e poi improvvisamente primi piani strettissimi su Cillian Murphy che sembrano ritratti fiamminghi, con la luce che arriva da un lato e il buio che fa tutto il resto.
Se sei il tipo di persona che ama soffermarsi sui dettagli visivi e rimane a bocca aperta davanti a un’opera d’arte, te la consiglio, anche solo quella puntata, anche se non hai mai visto il resto.
Per oggi è tutto, ci vediamo su Instagram per continuare a Chiacchierare!
Qui uso spesso il femminile sovraesteso e non censuro le parolacce!
Inoltre questa newsletter è gratuita ed è distribuita con una licenza CC0, che significa che puoi farne quello che vuoi anche senza citarmi: più idee condividiamo, più pensieri siamo in grado di fare.








Mi alleggerisci: io odio le decisioni.
Grazie Elisa, molto utile... adesso so che in questi giorni sto vivendo una "decision fatigue", concetto che andrò ad approfondire. Il mio modo personale di affrontarla è lasciare andare le decisioni; mi applico, almeno coscientemente, il meno possibile e vedo che le cose vanno meglio, sia nel micro che nel macro, cioè seguo il famoso flusso. Forse perché il mio lavoro è piuttosto impostato - e, come sottolinei, questo è molto importante. Il difficile è tacitare la mente che, nei vari ambiti, vorrebbe sempre anticipare, pianificare, avere tutte le decisioni pronte e chiare, e invece no. Per me, vengono man mano, facendo. E se non vengono, aspetto. Non saprei dire se poi la decisione/scelta/posizione che prendo sia "la migliore", magari in termini economici o di ottimizzazione del tempo, ma certo è quella che corrisponde maggiormente al momento. C'è un'immagine molto adatta per definire questo stato, che ho ereditato dalla sapienza indiana: l'aratro è nel solco. Quando cerco di decidere/optare per qualcosa che non si trova lungo il mio cammino, sento che l'aratro va fuori dal solco e sbanda. Ecco, uso questa sensazione come parametro per le decisioni giuste per me. Forse non è troppo razionale, ma di solito funziona! Ciao, un abbraccio e ti seguo :-)