Chiacchieriamo di squali, fobie e memoria
...oltre a idee, strategie e appuntamenti!
C’è una cosa che faccio quasi esclusivamente in albergo: accendo la televisione invece dell’iPad e, invece di buttarmi sulle piattaforme streaming, scelgo cosa guardare tra le proposte del palinsesto.
Mi sono così imbattuta proprio ieri nel caro e vecchio “Lo Squalo”, anno 1975 diretto in modo magistrale da Steven Spielberg e mi sono resa conto di quanto uno squalo meccanico vecchio di 48 anni sia sempre lì, in agguato, da qualche parte nel profondo dei miei ricordi, pronto a far spuntare un'immaginaria pinna dorsale al solo pensiero di immergermi non solo nelle acque oceaniche, ma anche in quelle sarde che mi circondano in questi giorni.
Come sempre, presa dalla curiosità, ho fatto un po’ di ricerca e ho scoperto che siamo in tanti a portarci dentro questa Shark phobia!
Ho recuperato un’intervista di qualche anno fa alla professoressa emerita di scienze della comunicazione presso l'Università del Wisconsin-Madison, Joanne Cantor, che studiò per oltre 30 anni l’impatto di film spaventosi, come Lo Squalo appunto, sulla nostra memoria.
Joanne Cantor ci dice che “Pensare a “Lo Squalo” quando si è nell'oceano è, in un certo senso, una risposta razionale del nostro cervello, dato che nell’oceano, effettivamente, ci sono gli squali", tuttavia ciò che rende l’impatto del film così forte su chi l’ha visto, soprattutto se si era molto giovani al momento della prima visione, è la scena iniziale.
Ripassino:
Isola di Amity
Estate
La giovane e bellissima Chrissie Watkins corre nella notte, tra le dune di sabbia, verso l'oceano.
Si tuffa e nuota allontanandosi dalla riva verso l’orizzonte.
L'acqua è calma.
Invitante.
Chrissie si ferma e si lascia cullare dalle onde.
Il sole dell'alba inizia a sorgere.
Tutto è perfetto, finché…
Cambio di inquadratura, lo spettatore si ritrova sott’acqua e vede dal basso Chrissie nuotare.
Parte la musica di John Williams “Dam-dam-dam”, qualcosa colpisce Chrissie, lei si spaventa, urla e in un attimo la vediamo trascinata di qua e di là da una creatura invisibile, qualcosa nelle profondità, un assassino dagli occhi morti la cui identità conosceremo solo successivamente grazie a un giovane Richard Dreyfuss: “È un carcharodon carcharias", ci dice Matt Hooper.
“È un Grande Squalo Bianco.”
Joanne Cantor prosegue: “Non sappiamo ancora nulla dello squalo a questo punto. Lei sta nuotando felicemente ed ecco che arriva lo squalo, da sotto, all'improvviso, e ciò rende la nostra esperienza ancora più intensa e il nostro senso di vulnerabilità ancora più forte”.
La cosa davvero interessante è quello che succede nei nostri cervelli: i ricordi che associamo a un’emozione di paura molto intensa sono conservati nell'amigdala, in quella parte del nostro cervello “più antica”, proprio perché da sempre la paura serve a mantenerci vivi, ci dice che siamo in pericolo e che è meglio proteggerci o saremo uccisi. Se vedi un predatore che ti viene incontro è la paura che ti fa agire velocemente.
Torniamo quindi al nostro film:
Quando i nostri cervelli vedono “Lo Squalo” per la prima volta la nostra reazione di paura scatta immediatamente, prima che il nostro cervello conscio e razionalizzante possa iniziare a ripeterci:
“È solo un film,
è solo un film,
è solo un film.”
Inoltre, una reazione di paura intensa, come per esempio essere spaventati a morte dallo squalo in fibra di vetro di Steven Spielberg, ha anche un ovvio senso evolutivo e quindi è importante che duri molto a lungo nella nostra memoria: si insinua in profondità e rimane lì perché serve a ricordarci che se ci dovessimo nuovamente trovare davanti a un predatore la miglior soluzione è scappare.
Quindi la mia, e di molti, rievocazione delle scene del film “Lo Squalo” ogni volta che mi avvicino al mare, ma anche a un lago, è una questione di sopravvivenza: l'amigdala inizia a urlarmi di uscire dall'acqua più velocemente di quanto il mio cervello conscio, possa spiegargli che nei laghi gli squali non ci sono!
La professoressa Cantor riporta poi degli esempi di persone che dopo aver visto il film hanno smesso del tutto di entrare in acqua; nel suo lavoro ha raccolto centinaia di saggi di studenti ai quali chiese di descrivere una “media-produced fright reaction.” e scoprì che dopo “Poltergeist” - magari della mia paura per i clown parliamo un’altra volta - “Lo Squalo” era il secondo film più pauroso, ma il primo con conseguenze anche molto impattanti nella vita di tutti i giorni come, ad esempio, un’aumento delle persone con la paura di nuotare.
“I feel intuitively that I am destined to die as a result of a shark attack,” ha riferito uno studente “Whenever I swim in the ocean, or even a murky lake … I feel increasingly panicky and claustrophobic and … I must leave the water.”
Per chi ha risposto “Ce l’ho” al sondaggio vorrei comunque rassicurarvi: abbiamo circa 1 possibilità su 3.700.000 di essere uccisi da uno squalo!
PS: Comunque alla fine ieri sera ho guardato “Mars Attacks!” di Tim Burton.
Facciamo cose insieme
Future Party!
Mercoledì 11 Ottobre - ore 11:00
Secondo appuntamento con il futuro che ci aspetta! Una diretta aperta a tutti durante la quale vi condividerò le notizie più rilevanti emerse all'Italian Tech Week e le novità su strumenti, tecnologie e nuovi approcci che stiamo iniziando a vedere e che potrebbero influenzare in nostro lavoro nei prossimi mesi.
Evitiamo l'imprevisto, prevediamolo insieme!
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( …is the new “Cose belle e divertenti”)
Prospettive marziane: come ci si prepara a una missione su Marte



