Qualche mese fa Substack ha introdotto gli Audience-specific content blocks, in pratica, dentro uno stesso post puoi mostrare cose diverse a persone diverse!
Alcuni blocchi solo a chi non è ancora iscritto, altri agli iscritti free e altri ancora ai paid, che abbiano un abbonamento mensile, annuale o supporter.
Se vuoi capire come funziona l’Audience-specific content nella pratica, ne ho scritto nella sezione “Weekly Substack tip” di questa Chiacchiera
Appena è uscita la funzione sono comparsi articoli con decine di modi per usarla: contenuti diversi, offerte diverse, risorse diverse, messaggi diversi a seconda di chi si trova dall’altra parte.
Io ho iniziato a studiarla e testarla partendo da un problema: noi diciamo continuamente “il lettore”, al singolare, come se dall’altra parte ci fosse questa creatura mitologica che apre tutte le nostre newsletter nello stesso momento della sua relazione con noi.
Ovviamente non è così.
Tu potresti essere arrivata qui oggi da una ricerca su Google - sì, i motori di ricerca indicizzano Substack - o potresti esserti iscritta martedì scorso o, ancora, potresti leggere le Chiacchiere da anni, essere stata paid, essere tornata free, aver comprato una mia masterclass, non aver mai comprato niente, conoscermi benissimo o non sapere assolutamente chi io sia.
Più studiavo Audience-specific content, più diventava evidente una cosa: leggere lo stesso articolo non significa necessariamente trovarsi nello stesso punto della relazione ed è qui che la funzione ha cominciato a sconfinferare la strategist che vive in me. Ad esempio:
se sei arrivata oggi per la prima volta, potrebbe essere utile spiegarti che Grow on Substack esce ogni martedì e che puoi iscriverti per riceverla.
se sei iscritta da due anni possiamo tranquillamente risparmiarcelo.
se ho preparato una risorsa gratuita che serve soprattutto a far conoscere il mio lavoro a chi ancora non mi segue, posso mostrarla a chi non è iscritto senza necessariamente piazzarla davanti anche a tutti gli altri che, alzando gli occhi al cielo, potrebbero pensare: “Sì Elisa, lo sappiamo da una vita”.
Penso soprattutto agli articoli che continuano a circolare molto tempo dopo la pubblicazione: ne scrivo uno oggi e tu lo trovi tra sei mesi attraverso una ricerca, qualcuno te lo manda via mail o incontri un link che avevo messo chissà dove. Per te quello può essere il primo contatto con il mio lavoro, per un’altra persona può essere il centesimo, perché dovrei cambiare l’articolo, quando posso fare un po’ più di attenzione a quello che succede intorno a quell’articolo?
Il rischio, semmai, è cadere nella tentazione molto markettara di usare subito quello che arriva, perché arriva: dividiamo il pubblico in tre gruppi e creiamo tre esperienze diverse perché possiamo farlo. Abbiamo un dato? Usiamolo! Possiamo segmentare? Segmentiamo! Possiamo personalizzare? Personalizziamo!
Tutto anche meno, che poi finiamo con quattro versioni diverse della stessa CTA da aggiornare, tre percorsi diversi e una quantità di lavoro in più per risolvere un problema che non avevamo.
Anche perché ricordiamoci che Substack non è che sappia davvero che rapporto abbiamo io e te. Sa se sei iscritta oppure no o se hai un abbonamento free o paid, se apri una mail, se clicchi su un link o se hai lasciato un commento, che sono informazioni utili, per carità, io per prima le guardo, le studio e le uso per prendere decisioni, ma raccontano un pezzettino minuscolo della storia.
Una persona free potrebbe leggermi tutte le domeniche da cinque anni e conoscere il mio lavoro molto meglio di qualcuno che ieri ha sottoscritto un annuale. Chi non è iscritto potrebbe essere capitato qui per la prima volta oppure leggermi da mesi senza aver mai sentito il bisogno di lasciare la propria email. Noi lavoriamo continuamente con rappresentazioni semplificate delle persone: subscriber, follower, free, paid, engaged, inactive, etc…
Quando una newsletter cresce non possiamo conoscere individualmente la storia di ogni persona, sapere da quanto tempo ci leggono, che rapporto hanno con quello che scriviamo, perché una settimana aprono la newsletter e quella successiva no.
Le categorie ci permettono di guardare qualcosa che altrimenti sarebbe impossibile da osservare, il problema comincia quando ci dimentichiamo che sono categorie e iniziamo a scambiarle per le persone che descrivono:
“Paid” sembra raccontarmi qualcosa di te, ma in realtà mi dice solo che hai fatto un pagamento.
“Subscriber” mi dice che a un certo punto hai lasciato la tua email.
“Open” mi dice che hai aperto una newsletter.
Sono informazioni reali, ma nessuna di queste, da sola, mi dice che rapporto hai davvero con quello che scrivo ed è buffo che a ricordarmelo sia stata proprio una funzione nata per permettermi di segmentare meglio il pubblico.
Lo status non è la relazione,
è un’informazione sulla relazione
e usare Audience-specific content non dovrebbe significare diventare bravissime a personalizzare ogni centimetro della newsletter, ma avere qualche informazione in più per evitare CTA e informazioni che, in quel momento, non ha senso dare.
Alla fine Audience-specific content ci ha dato uno strumento in più per dividere il nostro pubblico e, paradossalmente, ci ha ricordato di fare attenzione proprio a quella divisione: dietro “free”, “paid”, “subscriber” e tutte le altre categorie che vedo ogni giorno nelle statistiche non ci sono tipi diversi di persone, ci sono persone di cui so alcune cose: i dati mi servono per capire cosa succede nella mia newsletter, le categorie per orientarmi e Audience-specific content per decidere cosa abbia senso mostrare a chi e, alla fine, probabilmente personalizzerò molto meno del previsto, solo, spero, un po’ meglio.
Se hai domande, dubbi o vuoi raccontarmi come sta andando su Substack, scrivilo nei commenti o in privato, mi fa piacere leggerti!
Se questo contenuto ti è stato utile, il modo migliore per ringraziarmi è condividerla con qualcuno a cui potrebbe interessare.
Per oggi è tutto, ci vediamo su Instagram per continuare a Chiacchierare
Divertiti e fai cose belle!
Elisa Scagnetti
PS:
Ho pubblicato nuovi video all’interno del percorso “SEO per Substack”
PPS:
Qui uso spesso il femminile sovraesteso e non censuro le parolacce!
Inoltre questa newsletter è gratuita ed è distribuita con una licenza CC0, che significa che puoi farne quello che vuoi anche senza citarmi: più idee condividiamo, più pensieri siamo in grado di fare.



