Viaggiamo o consumiamo il viaggio?
Riflessioni dal silenzio del mio camper sul caos di Roccaraso
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Viaggiamo o consumiamo il viaggio?
Quando ho deciso di comprare un camper e iniziare a girare l’Italia prima e l’Europa poi, ero convinta che avrei fatto un sacco di contenuti per i social. Sembrava quasi ovvio, no? Viaggio in camper da sola con un cane, dinamiche personali, organizzazione degli spazi e del lavoro, tutti quei paesaggi da cartolina…
Cosa di più perfetto per Instagram, TikTok, YouTube?
L’idea era di creare contenuti, di raccontare la mia avventura al mondo, una narrazione fatta di piccole storie, una foto qui, un video lì.
L’idea di essere "vissuta" sui social mi sembrava addirittura ovvia, quasi una conseguenza naturale; eppure, quando sono partita, ho capito che ero distante anni luce da tutto ciò. Mi sono, per fortuna, ritrovata a pensare a tutto tranne che ai social, e più andavo avanti, più mi rendevo conto che quella che stavo vivendo non sarebbe diventata una “performance”, perché ero - e sono - troppo immersa nella scoperta.
E quella scoperta non aveva nulla a che fare con le tendenze dei social, con l’approvazione del pubblico o con il numero di like.
Era tutto dentro.
Il recentissimo casino a Roccaraso (quel groviglio di gente, aspettative frustrate e caos logistico) mi ha dato la scossa e mi ha fatto riflettere su come oggi il viaggio sembri più una performance, una vetrina di momenti preconfezionati da mostrare, piuttosto che un’esperienza reale. Il dover immortalare e condividere ogni istante sui social non solo ha trasformato il viaggio in un prodotto da consumare, ma ha stravolto il concetto stesso di “godersi” il viaggio. Ormai non si viaggia più per esserci, ma per dimostrare a chi non c’è che si è stati lì.
E tutto questo, in fondo, non fa che amplificare un paradosso che è diventato ormai il cuore pulsante del turismo moderno: più cerchiamo di possedere i luoghi, più questi luoghi ci sfuggono. Lo vediamo ogni giorno, nei centri storici di città stracolme, in quei sentieri montani ormai calpestati da milioni di scarponi, nelle spiagge invase da turisti che scattano foto mentre la bellezza autentica delle destinazioni scivola via, come lacrime nella pioggia (citazione che non c’entra, ma che amo e quindi …stacce!). Viaggiare è diventato una gara per spuntare le caselle della famosa Bucket list anziché un susseguirsi di attimi di stupore, meraviglia e immersione nei luoghi, nei suoni e nei silenzi.
Mi sono chiesta, allora: cosa significa davvero viaggiare oggi?
Viaggiare con gli occhi, la mente e il cuore, o viaggiare con uno smartphone in mano e una mappa che ti dice dove stare e cosa fare, come se ogni passo dovesse essere approvato dalla massa virtuale? La verità, che ho realizzato vivendo questo viaggio in camper, è che non si può più separare il viaggio dalla sua rappresentazione digitale. Viviamo il viaggio come una performance e tutto ciò che accade fuori dal telefono sembra quasi non contare.
Eppure, c'è un altro modo di viaggiare. Un modo che non ha nulla a che fare con i like, con le storie di Instagram, con l’algoritmo che decide se un posto merita o meno di essere visto. Un modo che, anzi, si nutre di lentezza, di imperfezione, di serendipità. È il tipo di viaggio che accade quando ti fermi in un piccolo paesino dove nessun reel ha mai consigliato di andare, quando entri in una panetteria e la signora ti offre una focaccia appena sfornata, raccontandoti la sua vita mentre, ancora calda la dividi con Penny, quando ti svegli al mattino con il suono delle campane perché il sabato sera precedente hai parcheggiato proprio davanti a una chiesa.
Il turismo moderno è diventato il contrario di tutto questo.
È diventato consumismo puro. Il recente caos di Roccaraso lo dimostra chiaramente, una volta che arrivi in un paese invaso dal fast tourism, mi chiedo:
- Che tipo di esperienza avranno fatto?
- Per chi?
- Perché?
Il rischio è che la bellezza di un luogo, di una cultura, delle persone che ci vivono, venga sopraffatta dal consumo di massa, dall’opportunismo della "location perfetta" da scattare, da postare e da dimenticare.
Io stessa mi rendo sempre più conto che la mia scelta di partire in camper con Penny, sia una scelta di rottura, una rottura con l’idea che “viaggiare” significhi ormai fare contenuti social; e sì, ho usato Google Maps per esplorare angoli meno battuti, ho mangiato in trattorie dove i piatti erano più veri che mai, ho scoperto l'inaspettato, ma ho anche imparato qualcosa di fondamentale: abbiamo sempre meno bisogno di mostrare ogni cosa. Perché alla fine, quando il viaggio diventa una performance da Instagram, non è più un viaggio, è un’illusione.
Così, ho capito che forse viaggiare davvero significa mettere via il telefono, sentire l’aria fresca della mattina, godersi il silenzio di un luogo prima che diventi solo un altro punto sulla mappa di un'app.
Forse è il viaggio che accade senza volerlo, senza premeditazione, in cui il caso è un compagno di viaggio e non un nemico da evitare. Un viaggio dove l'arte di “esserci” supera quella di “mostrare” e dove l’imprevisto non è un fastidio, ma la parte più autentica del viaggio stesso.
Forse, alla fine, il vero viaggio è proprio questo: un continuo gioco di equilibri tra il controllo e l’abbandono, tra ciò che scegli di vedere e ciò che ti capita di scoprire. Un viaggio che non ha bisogno di essere approvato da un algoritmo o da un post, ma che semplicemente è.

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