Lo scorso weekend l’ho passato a Peccioli, tra libri, presentazioni con gli autori e una marea di chiacchiere, proprio come piace a me!
Ero circondata da millemila voci diverse, alcune impresse sulla carta, altre che sentivo passarmi accanto passeggiando con Penny e poi, ovviamente, quelle degli autori che parlavano dei propri libri.
L’evento si chiamava “A Natale più libri per te”, un temporary store in cui decine di librerie - e il comune di Peccioli - hanno deciso di supportare fino al 50% del costo del libro al fine di rendere la lettura accessibile a più persone possibile.
Per ore ho ascoltato parlare di scrittura, di voce, di fallimenti, di libri che non volevano nascere, di storie che si sono imposte da sole, di frasi riscritte cento volte, di altre arrivate tutte insieme in una notte.
A un certo punto mi sono resa conto che tutti, in modi diversissimi, avevano trovato la loro Voce Unica, e così mi sono chiesta: “Come posso fare io, ma come possiamo fare tutti, a capire qual è la mia voce unica/autentica?”

Lasciata Peccioli mi sono messa alla guida per un’infinità di ore e, forse, quella domanda ha trovato una risposta, o almeno una direzione.
C’è una versione romantica, come sempre, che alcuni film, ma anche libri ci hanno raccontato sul trovare noi stessi: quella in cui prima devi perderti, crollare, toccare il fondo e poi, come in un film indipendente con la fotografia un po’ desaturata, trovi finalmente “la tua verità”!
Bello, soprattutto il desaturato freddo che se guardate il mio Instagram ogni tanto prende il sopravvento, peccato però che nelle nostre vite di tutti i giorni questa narrazione ha un problema enorme: non è un metodo, è una coincidenza.
Certo, per qualcuno funziona, ma potrebbe essere devastante per qualcun altro.
La metterei tra le tante narrazioni tossiche tra un “se vuoi puoi” e un “se non ti chiama è perché non gli piaci abbastanza”, questo tipo di approccio rischia di lasciare tantissimi autori e autrici ferme ad aspettare una crisi che non arriva, convinte che senza un dolore profondo il loro vero io, la loro voce del riscatto non potrà uscire.
Nel frattempo, però, sai cosa succede? Perché qualcosa succede, non vogliamo mica stare lì ad aspettare senza comunicare - per lavoro o per vanity metrics - succede che iniziamo a imitare: si imitano i format, i toni, le premesse e le promesse, si arriva anche a imitare i dubbi e i problemi degli altri, e non perché ci siamo risvegliate improvvisamente stupide, ma perché imitare è una strategia di riduzione del rischio.
Quando imiti, non sei sola.
Quando imiti e va male, non è colpa tua, era il format che non funzionava.
Quando imiti, non stai davvero rischiando in prima persona, ma per conto terzi!
E ti lascio solo immaginare che razza di problemi possono venir fuori quando questa, chiamiamola strategia, diventa il modo principale di comunicare online.
Quindi che si fa quando non sappiamo di cosa parlare perché ci sembra di non avere nulla di interessante da dire?
Ti dico come ho fatto io, perché ovviamente anch’io sono passata dall’imitare e infatti scrivevo poco, scrivevo male e potevo solo sognare la costanza nelle newsletter che ho oggi.
Ho iniziato, forse ricominciato, a fidarmi di tre cose:
ciò che vedo,
ciò che penso,
ciò che sento giusto.
Solo una volta che torni a fidarti di queste tre cose puoi entrare in modalità confronto - ho detto confronto, non imitazione!
Guarda gli altri, pensi a cosa farebbero loro, capisci cosa ti differenzia, cosa non faresti mai, cosa non ti appartiene e cosa avete in comune… e piano piano succede una cosa: riesci a vedere le tue idee emergere dalle mille voci che ti circondano online e offline, riconosci la tua voce e senti di poterti fidare di lei.
Ma c’è un ma!
e qui dobbiamo parlare della vulnerabilità.
Su questa parola abbiamo fatto un casino, proprio un gran disastro collettivo, e me ne accorgo ogni volta che parlo di strategie di comunicazione con le mie clienti.
Quando dico di parlare di cose personali non intendo “Vai e raccontare tutto, apri a dei perfetti sconosciuti il tuo più segreto diario emotivo, trasforma ogni tua ferita in un contenuto.”
Siamo mica matti?
Questa confusione nasce quando confondiamo il pubblico con il privato, quando usiamo la parola “personale” come sinonimo di “privato”, appunto.
Condividere “le tue cose personali” e quindi in alcuni casi renderti vulnerabile, vuol dire condividi una cosa in cui credi fermamente, sapendo che non piacerà a tutti.
Ogni volta che racconti un tuo punto di vista, una tua opinione, senza nasconderti dietro le frasi neutre e un po’ paraculo, stai facendo una cosa rischiosa perché ti stai assumendo la responsabilità di un punto di vista, magari impopolare, rinunciando alla protezione del consenso sovraesteso, e questo, sì, è vulnerabilità e sai perché in tantissimi abbiamo deciso di essere vulnerabili?
Perché le nostre voci non sono solo nostre, sono anche degli altri.
La tua voce non serve solo a esprimere un tuo pensiero, serve a produrre un effetto: ogni parola che pubblichi orienta, normalizza, legittima, sposta qualcosa e trovare la tua voce non significa “posso finalmente dire tutto quello che penso”, significa: “Adesso devo stare molto attenta a quello che dico”.
Perché quando parli in pubblico, anche solo su una newsletter o su una storia Instagram, stai sempre entrando nella vita di qualcuno, in un momento specifico di quella vita, che però tu non conosci.
La tua voce non devo solo essere vera, tua, autentica, deve essere responsabile.
Ciò che comunichi nasce dall’incontro tra ciò che hai vissuto, ciò che hai capito e ciò che scegli di generare negli altri, se togli uno di questi elementi, qualcosa si sbilancia, rischi di diventare autoreferenziale o troppo generica se non addirittura pericolosa.
La tua unicità non sta solo nella tua storia, sta in quello che decidi di farci con la tua storia, cosa costruisci su quella storia.
Se scrivi online, se comunichi, se porti parole nel mondo ogni settimana, non ti servono solo format migliori, ganci più efficaci, piani editoriali più strategici, ti serve soprattutto pensare con la tua testa, accettando di non piacere a tutti - e sticazzi - imparando a gestire le conseguenze di ciò che dici, smettendo di cercare fuori protezione alla tua vulnerabilità e iniziando a costruirla dentro di te.
Scrivi ciò che osservi, poi ciò che capisci, poi ciò che scegli, e poi ripeti dall’inizio.
Forse proprio a Peccioli, tra una presentazione e l’altra, ho capito che la nostra voce unica è già lì, siamo esseri umani stratificati in continuo cambiamento e così la nostra voce e non ci sarà mai un punto finale che ci farà dire: “Questa sono io e sarò per sempre così”, cambiamo ogni giorno e così le nostre voci!
Le giornate a Peccioli mi hanno proprio fatto vedere questa cosa: nessuno degli autori e delle autrici che ho ascoltato, anche se con decine di libri pubblicati alle spalle, mi sembrava aver smesso di cerca la propria voce, siamo tutti in un work in progress infinito che ci porta a trasformare in parole le persone che stiamo diventando.
Come ho smesso di procrastinare
Come vi ho accennato su Instagram, questa settimana mi sono resa conto di aver smesso di procrastinare. Fino a poco tempo fa ero quella dell’ultimo minuto, sempre precisa nelle consegne e nelle cose da fare, ma sempre all’ultimo, poi ho smesso, ho iniziato a fare tutto subito: articoli da scrivere consegnati settimane prima della deadline, slide per le formazioni dal vivo pronte con mesi di anticipo, strategie per le clienti, scrivere le newsletter… tutto subito!
Pensandoci, in quello spazio temporale infinito che sono diventate le mie ore alla guida da quando vivo in camper, ci ho pensato a lungo e ho capito che tutto è cambiato proprio con il camper.
L’imprevedibilità delle mie giornate mi ha “costretta” ad essere sempre disponibile a cambiare piani, andare in posti nuovi, fare esperienze che mi vengono proposte all’ultimo minuto o magari decidere di cambiare meta per partecipare a un evento che non avevo in programma e trovarmi, quindi, a dover guidare ore invece che lavorare.
Ho capito che la procrastinazione mi stava togliendo la libertà di cambiare idea, di modificare i piani, di seguire il mio bisogno di curiosità.
Così, senza alcuna intenzione dichiarata, obiettivo scritto, piano d’azione in 7 passi o qualsiasi cosa avrei fatto se avessi voluto “smettere di procrastinare”, ho smesso!
Possiamo dire - nel mio caso - che la routine mi portava alla procrastinazione, mentre l’imprevedibilità della vita che mi sono costruita ha portato alla completa eliminazione del “lo faccio dopo”, senza sforzo e senza un’intenzione esplicitata.
Conclusioni? Quelle che volete!
Vi ho portato il mio vissuto, fatene ciò che più vi serve e se vi va mi piacerebbe confrontarci, nei commenti o rispondi a questa mail che ti leggo sempre con piacere!
Weekly Substack tip
Questa settimana su Substack è successa una cosa grossa: Substack ha lanciato un programma di sponsorizzazioni, non è proprio la pubblicità così come la conosciamo dai social, ma quasi!
In breve, Substack sta mettendo in contatto gli autori e i creator della piattaforma con brand interessati a opportunità di sponsorizzazione.
Qui trovi tutte le risposte del co-fondatore di Substack, Hamish McKenzie!
Rimanendo sul tema, se sei interessata a monetizzare grazie alla tua newsletter su Substack, nella mia Masterclass ne ho spiegato sia l’aspetto pratico che quello strategico!










