Lo scorso weekend sono tornata, inaspettatamente negli anni ’00: immersa in talk motivazionali, speech dove ti spiegano che devi “seguire il tuo desiderio” e millemila persone caricate a palla, con scariche di adrenalina che potevano illuminare New York City, probabilmente ignari che poi, una volta a casa, quelle scosse se le sarebbero dovute dare da soli.
Forse la vedo così perché sono una vecchia cinica che da lì c’è passata così tante volte da provare un misto di stanchezza e dispiacere, o forse sono solo gli anni di libri e di studi su come funziona il nostro cervello, a rendermi insofferente a questa recita collettiva dell’entusiasmo, ma resta il fatto che il mito del “se vuoi puoi” è uno dei più grandi inganni culturali del nostro tempo.
Negli ultimi vent’anni ci hanno venduto la motivazione come se fosse un prodotto da supermercato: confezione colorata, claim accattivante: “Credi in te stesso, tutto è possibile”, slogan perfetto per riempire palazzetti e vendere corsi da migliaia di euro, ma pessimo per salvarci dal burnout.
Il “ce la puoi fare” è diventato la religione laica del capitalismo emotivo: un dogma che trasforma la fatica in colpa personale.
Non raggiungi i tuoi obiettivi?
Non è colpa del sistema, né delle condizioni di lavoro, né della stanchezza cronica.
È colpa tua, che non hai il “mindset” giusto.
E passi dalla stanchezza alla frustrazione o alla vergogna o all’idea di aver fallito, e così la parola “disciplina” prende il posto della parola “cura”.
Dal punto di vista neuroscientifico, tutto questo non ha senso, il nostro cervello non è una macchina da performance: è un sistema di autoregolazione che reagisce all’ambiente.
Quando lo costringi a “volere di più” anche se è esausto, attivi le stesse aree cerebrali coinvolte nelle situazioni di pericolo esistenziale o in quelle di profondo dolore ottenendo solo cortisolo alto, crollo dell’attenzione, memoria a pezzi e una progressiva erosione dell’autostima.
Insistere sul “puoi se vuoi” non motiva: stressa, sarebbe come dire al tuo smartphone scarico: “ricaricati da solo”.
Sul piano sociale, poi, il danno è ancora più profondo poiché la retorica individualista della motivazione ha disintegrato il concetto di comunità.
Ci ha isolati dietro la convinzione che il successo sia solo una questione di forza di volontà, quando in realtà è quasi sempre il risultato di reti, contesti e sostegno reciproco.
Ci ha convinti che chiedere aiuto sia un segno di debolezza e che mollare equivalga a tradire la nostra identità, in pratica potremmo pensarlo come l’equivalente psicologico del neoliberismo: ciascuno per sé, con lo zaino del “self help” in spalla.
Infine dal punto di vista psicologico stiamo dicendo addio alla nostra autostima: quando tutto dipende da noi, ogni caduta, ogni errore, diventa un giudizio che mette in discussione il nostro valore, come se ogni fallimento fosse una colpa da espiare.
Il paradosso in tutto questo è che se da una parte la retorica della motivazione predica libertà, dall’altra produce conformismo, siamo tuttx ossessionati dagli stessi rituali, dalle stesse routine, dalle stesse parole.
Mindset. Focus. Resilienza. Crescita personale…
Parole svuotate, che rimbalzano nei feed dei nostri social come rosari digitali recitati da gente che non ce la fa più, mentalmente e/o fisicamente, ma che di mollare, guai, non se ne parla!
Io me li immagino, forse perché ci sono passata, la sera, davanti allo specchio a chiedersi cosa non stia funzionando, senza accorgersi che non funziona perché non siamo algoritmi, siamo animali sociali con un bisogno disperato di senso, di reciprocità, di qualcuno che ci tenga la mano quando ci viene voglia di mollare tutto, ma questo non lo scrivono nei post motivazionali, non fa engagement, pensa come starebbe male in un reel con la musica di Rocky 4 sotto.
Dire che non ce la fai non vende.
Dire che hai bisogno degli altri nemmeno.
La verità è che il “se vuoi puoi” piace perché è comodo.
Dà l’illusione di controllo, anche quando non ne hai.
Forse dovremmo cominciare a parlare con onestà, a noi stessi, agli altri, accogliere e ascoltare la fatica che ci abita addosso, perché “crederci sempre” non serve, l’unica cosa che ci serve è smettere di mentirci.
Da leggere
Ho appena iniziato “Botanica della Meraviglia” di Gancitano e Colamedici, sono ancora al secondo capitolo, ma se anche tu ti senti confusx e spaesatx te lo consiglio profondamente.
Da guardare
Nei prossimi giorni inizio Il Mostro, la nuova serie di Netflix sul Mostro di Firenze. Ha una struttura molto interessante: ogni episodio racconta un potenziale mostro, quindi per questa prima stagione, vedremo 4 potenziali killer.
Ne aveva già parlato Gabriele Niola, nel suo podcast sulla Mostra del Cinema di Venezia per Il Post e sono molto molto curiosa!











