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Chiacchieriamo dello Storytelling Festival 2025
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Chiacchieriamo dello Storytelling Festival 2025

Cosa resta quando si spengono i microfoni

Quando termina un evento c’è un momento preciso che segna, dentro di noi, la fine del vecchio e l’inizio di qualcosa di nuovo: non è l’applauso finale, l’applauso è rumore organizzato, è consenso espresso in gruppo, il vero momento di cambiamento personale arriva qualche minuto dopo, quando le luci si accendono, la sala inizia a svuotarsi, qualcuno inizia ad arrotolare i cavi dei microfoni e le voci dal palco, che fino a un attimo prima sembravano fuori da noi, adesso fanno parte della nostra memoria personale.

È lì che ti rendi conto che qualcosa è finito, ma tanto altro è appena cominciato.

Quest’anno, allo Storytelling Festival, si sono incontrati sullo stesso palco linguaggio e neuroscienze, giornalismo e intelligenza artificiale, attivismo, creatività, marketing e branding: mondi diversi che, dialogando tra loro, hanno mostrato come le storie possano ancora ispirare, generare valore e accompagnare la crescita di persone e imprese.

Quando metti sullo stesso palco persone così diverse, chi studia il cervello, chi le parole, chi i dati, chi il mondo, non stai parlando solo di storytelling, stai parlando di potere: di chi lo esercita, di chi lo perde e di cosa succede quando qualcuno prende la parola e qualcun altro, invece, resta in silenzio.

Dopo queste più di 20 ore di Festival quello che mi porto a casa si potrebbe sintetizzare con tre verbi che stanno dando ordine alle mie nuove associazioni mentali e a questa newsletter: ascoltare, raccontare, immaginare.

Non è una morale, è più un promemoria, qualcosa che mi ricorda che le storie, prima di cambiarci, devono attraversarci.

Ascoltare

Una cosa che è tornata più volte è che ascoltare non è un atto passivo, bensì qualcosa di attivo, faticoso e selettivo.

Ascoltare è scegliere di restare in relazione senza rifugiarci subito dentro la nostra opinione, è lasciare spazio a una voce che non ci appartiene e allo stesso tempo osservare la nostra reazione senza cercare di trattenerci nelle nostre comode zone di comfort arredate con divani Roche Bobois.

Durante lo Storytelling Festival questo è venuto fuori in tre modi precisi.

Il primo è la voce come luogo di fiducia e il podcast come spazio di prossimità: quella storia che ti accompagna mentre porti fuori il cane o guidi, e che non vuoi scrollare via perché non nasce pensando all’algoritmo, ma pensando a te che stai ascoltando, e tu lo sai!
Lì succede una cosa interessante dal punto di vista strategico: la fiducia non nasce dal contenuto, nasce dalla continuità, non da “cosa dici”, ma da “quanto tempo resto con te”.
Per chi lavora nella comunicazione, nel marketing, nel branding, questo è devastante e liberatorio: non vince chi buca il feed, vince chi costruisce presenza.

Il secondo è l’ascolto come gesto cognitivo e non parlo di una versione dolciastra del concetto di empatia, ma di una sorta di architettura mentale: non ascoltare solo per capire l’altro, ma anche per riorganizzare il mondo in modo che continui ad avere un senso. Il cervello è pigro e si concentra sul risparmiare più energia possibile, vive di bias e scorciatoie e se non gli dai una cornice, se non gli racconti una storia, va in ansia. Questo significa che chi racconta ha potere, ma anche che chi ascolta è vulnerabile, ed è qui che nasce la responsabilità.

Il terzo è scegliere chi ascoltare: dare spazio a voci che normalmente non arrivano sui palchi istituzionali, dare voce a chi di solito viene raccontato, ma non invitato. Questa è politica, e non nel senso partitico del termine, ma nel senso greco: polis, comunità, decidere consapevolmente chi ascoltare crea valore, esclude o include, costruisce cultura e riduce le distanze.

Se ci tieni alla tua comunicazione, al tuo brand, al tuo ruolo professionale,
questo è il primo punto da non delegare:
cosa e chi stai ascoltando.

Se ascolti sempre le stesse voci, finirai per dire sempre le stesse cose.

Raccontare

Mettere in relazione gli interventi di Pablo Trincia, Francesca Marchegiano e Elvio Carrieri, mi hanno portato a concludere che raccontare è resistenza all’effimero.

Sembra qualcosa di altissimo e poetico, ma in realtà è un concetto molto concreto: raccontare oggi non è più “ti dico cosa è successo”, ma è riuscire a fermare qualcosa prima che venga inghiottito dal flusso, immenso e continuo, di informazioni, è salvare pezzi del nostro pensiero dalla centrifuga del contenuto usa e getta.

Le storie ci aiutano a stare dentro le emozioni “troppo grandi”, ci danno il tempo di processarle: dolore, vergogna, perdita, rabbia, desiderio di riscatto. Le parole che abbiamo sentito dal palco - da molti, ma soprattutto da Tony La Piccirella e Martina Marchio - erano parole pesanti, ma la loro forza è stata proprio non cercare di alleggerirle per renderle più facili.

Anche qui entra in gioco la responsabilità: le parole possono creare valore, dare dignità a un’esperienza, aprire spazi mentali, permettere a qualcuno di dire/pensare/sentire “non succede solo a me” oppure possono spingere, piegare, ottenere consenso superficiale soffocando il pensiero critico.

La linea di confine tra ispirare e manipolare è sottilissima e va sorvegliata.

È stato detto:
Che oggi raccontare è diventato un lavoro che ha implicazioni etiche”
“Che usare la vita degli altri, o la propria, per ottenere attenzione non è un azione neutra”
“Che chi ha una piattaforma ha anche un dovere minimo di onestà”
“Che la visibilità è un privilegio e, come tutti i privilegi, va restituito”

Se fai comunicazione, se hai un business, se sei un brand, se vendi consulenze o prodotti o progetti, questo ti riguarda direttamente: ogni volta che pubblichi qualcosa, stai decidendo che tipo di mondo rendi reale per chi ti segue.

Questo è marketing,
è posizionamento,
è potere
e non possiamo più fingere che non sia così.

Immaginare

A un certo punto mi sono ritrovata a pensare quale significato dare alla parola “immaginare” oggi che viviamo in un mondo che non ti dà neanche il tempo di accorgerti dell’emozione che stai provando che è già cambiata, siamo tutti vittime dello scrolling infinito.

Con Mafe De Baggis ci siamo soffermati a parlare di ucronia, …quanto amo le ucronie, sono uno dei miei luoghi di perdizione preferiti!

Ucronia è chiedersi “cosa sarebbe successo se le cose non fossero andate così?”, è un esercizio mentale lucido e strategico con cui proviamo scenari futuri e test di realtà, non una fuga romantica nei vostri sogni e rimpianti, è immaginazione responsabile.

Durante queste giornate mi sono ricordata quanto sia importante immaginare i nostri What if, oggi più che mai e ogni giorno sempre di più, perché se non saremo noi a farlo, lo farà qualcun altro al posto nostro e quel qualcun altro potrebbe non avere a cuore i nostri interessi o la dignità delle persone o il benessere della comunità.

E allora “immaginare” diventa una scelta molto concreta: non è “sognare a occhi aperti”, è chiedersi quale futuro contribuisco a creare con quello che sto raccontando oggi?

In questi due giorni a Bari c’è stato tutto: pensiero critico, lentezza come scelta, riflessione condivisa, resistenza all’effimero, l’importanza di dare voce a chi non ce l’ha, responsabilità, ispirazione e quell’eureka che provi quando capisci che certe parole non puoi più usarle in modo leggero.

Io torno da Bari con una direzione molto chiara: ogni volta che raccontiamo qualcosa, scegliamo da che parte del mondo vogliamo stare e da qui in avanti, ogni volta che comunichiamo, vendiamo, costruiamo un brand, lavoriamo con le persone, dovremmo ricordarcelo perché ascoltare, raccontare, immaginare sono tre nostre responsabilità.



E visto che più di 20 ore di Festival non si possono esaurire solo con questa pubblicazione, dalla prossima settimana, nelle newsletter riservate agli abbonati, approfondiremo:

  • Ascoltare con estratti degli interventi, tra gli altri di Simona Ruffino, Gianluca Bilancioni e Gianluca Diegoli

  • Raccontare con quelli di Annamaria Testa, Pablo Trincia, Francesca Marchegiano, Elvio Carrieri, Valentina Di Michele e La Content

  • Immaginare con Mafe De Baggis, Luigi Nigro, Andrea Girolami

Tre newsletter per trasformare le parole ascoltate a Bari in strumenti reali di strategia, creatività e consapevolezza, perché ascoltare, raccontare e immaginare diventino tre responsabilità che tutti ci assumiamo!

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Facciamo cose insieme

Appuntamenti di novembre

Il 6 e 7 Novembre sarò all’evento Digital Strategy a Torino, se ci sei vediamoci per un caffè!

Il 21 e 22 Novembre ci vediamo a Pisa al Wordcamp Pisa 2025

Nelle prossime newsletter per le persone abbonate:

1. Ascoltare - 4/11/2025

Simona Ruffino, Gianluca Bilancioni e Gianluca Diegoli

Approfondiremo l’ascolto come competenza strategica, ma anche come atto di empatia culturale.
Parleremo della voce come strumento di prossimità, del cervello pigro che cerca senso, di pensiero critico e di lentezza.
Diegoli ci ricorderà che anche i numeri, i conti, i dati, le metriche, hanno bisogno di essere ascoltati, non solo analizzati.
L’ascolto diventa così un gesto completo: cognitivo, etico, operativo, il primo vero passo di ogni strategia sostenibile.

2. Raccontare - 11/11/2025

Annamaria Testa, Pablo Trincia, Francesca Marchegiano, Elvio Carrieri, Valentina Di Michele e La Content

Esploreremo la narrazione come forma di resistenza all’effimero.
Oggi raccontare è un atto politico, apartitico, che può costruire fiducia o consumarla.
Prenderemo spunto da chi sul palco ha mostrato come le storie possano ancora unire: da Pablo Trincia che mette la voce al servizio delle ingiustizie, a Francesca Marchegiano che difende la scrittura come forma di pensiero, fino a La Content stessa, che ha creato lo Storytelling Festival per restituire alle parole la loro centralità.

Questa newsletter sarà il mio modo per parlare di responsabilità comunicativa, di brand che non si limitano a esistere ma si espongono e di come la creatività, nel business, non è un lusso ma un dovere.

3. Immaginare - 18/11/2025

Mafe De Baggis, Luigi Nigro e Andrea Girolami

Andremo oltre la creatività estetica per parlare di immaginazione responsabile: di futuri, di visioni, di complessità.
Vedremo come le ucronia e i controfattuali possano diventare metodo di progettazione e come il giornalismo narrativo trasforma la cronaca in visione.
Immaginare diventerà la competenza chiave per chi vuole non solo raccontare il presente, ma costruire il futuro che verrà.

Puoi riceverle scegliendo uno dei due piani a pagamento 5€/mese o 50€/anno!

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Assolutamente, procediamo.