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e adesso, chiacchieriamo di come parlare del nostro lavoro quando il mondo fa male
Questa settimana una mia cliente, alla quale stavo dicendo che deve comunicare di più online, mi ha scritto: “Alla luce di quello che sta succedendo, tutto ciò che pubblico mi sembra banale”.
Non le ho risposto subito.
Ho riletto la sua frase un paio di volte, sentendo quell’eco familiare che arriva da lontano: anch’io in passato mi sono trovata a pensare che il silenzio fosse più rispettoso, che parlare di marketing, di brand, di lavoro, mentre nel mondo accadevano cose terribili, fosse quasi offensivo. Poi ho imparato qualcosa che non è stato semplice interiorizzare: il nostro lavoro, se nasce da valori in cui crediamo profondamente, se ha un perché che non si esaurisce in un contratto o in un bonifico, allora non è mai banale.
Anzi, comunicare nei momenti in cui il mondo fa più male diventa ancora più importante, perché ci ricorda che il senso di ciò che facciamo non è mai scollegato dalla vita.
Quando vivevo lo stesso blocco della mia cliente nel comunicare ho iniziato a lavorarci e ho imparato una cosa fondamentale: serve onestà. Dire pubblicamente “mi sembra banale parlare del mio lavoro oggi” non è qualcosa di sbagliato, è un atto di fiducia verso chi ci legge, è il modo più umano e diretto di entrare in relazione.
In quei momenti, non serve fingere entusiasmo o produrre contenuti come se nulla fosse, vale di più parlare dell’elefante nella stanza e poi spiegare perché, nonostante tutto, scegliamo di condividere il nostro lavoro.
Io stessa, in questi anni, ho iniziato più di un post con frasi come “Oggi fatico a scrivere, ma se sono qui è per un motivo”.
Le persone non cercano perfetti calendari editoriali, cercano voci che non abbiano paura di dire come stanno, di condividere che fa male, che è difficile, che ci si sente a disagio e che quella sensazione, chi più chi meno, probabilmente la proviamo tutti.
La seconda cosa che ho imparato è che la sensazione di “banalità” svanisce nel momento in cui colleghiamo ciò che facciamo a ciò in cui crediamo. Per me, il filo è chiaro: sogno un mondo in cui tutte le donne possano autodeterminarsi e perché questo sia possibile, serve indipendenza economica e servono strumenti, strategie, esempi…
Ogni pezzo del mio lavoro, dalle consulenze alla newsletter che stai leggendo ora, nasce da lì.
Quando scendo in piazza a manifestare, sto difendendo lo stesso valore che mi porta poi, poche ore dopo, a spiegare come posizionarsi sul mercato o come costruire una comunicazione coerente. Non sono due “Elisa” diverse: sono due azioni di Elisa diverse nella stessa direzione: una è pubblica, l’altra è professionale ed entrambe hanno alla base lo stesso sogno di libertà.
Il rischio di sembrare banali nasce quando il nostro lavoro è percepito come disconnesso dal resto, ma se raccontiamo come i nostri gesti quotidiani - scrivere un post, rispondere a una cliente, lanciare un progetto - sono coerenti e supportano una missione più grande, la narrazione cambia e cambia anche il modo in cui viviamo e percepiamo la nostra presenza online.
E poi c’è l’aspetto più concreto, quello che in fondo le persone, soprattutto nei momenti bui, cercano: supporto reale. Io lo so che chi mi segue online (e non solo online) non vuole slogan preconfezionati, vuole sapere come fare il prossimo passo e il mio lavoro ha proprio questo obiettivo: aiutare qualcuno a muoversi di un passo.
Quando una cliente impara a chiedere il giusto compenso per il suo lavoro, non è solo business: è dignità.
Quando una freelance riesce a riorganizzare il proprio tempo e smette di farsi risucchiare dall’urgenza, non è solo produttività: è rispetto di sé.
Quando una professionista trova il coraggio di raccontare la propria storia senza paura del giudizio, non è solo comunicazione: è libertà.
Quando una donna decide di dire no a un progetto che non rispecchia i suoi valori, non è solo selezione: è autodeterminazione.
Quando una libera professionista smette di paragonarsi alle altre e si concentra sul proprio percorso, non è solo focus: è potere personale.
E sono questi “piccoli” risultati individuali che messi insieme, costruiscono qualcosa di più grande.
Credo fortemente che nei momenti difficili non serva tacere: serve scegliere con attenzione le parole, serve mostrare come una decisione, una strategia, un cambiamento pratico possano restituire un po’ di autonomia e di lucidità.
Non sempre il nostro contributo può essere risolutivo, ma può essere di sostegno e il sostegno è già molto!
Scrivere in tempi complessi come quelli che stiamo vivendo è sempre come camminare su un crinale: da una parte la paura di sembrare superficiali, dall’altra la tentazione di ritirarsi nel proprio silenzio. Io non riesco sempre a mantenere l’equilibrio, e non credo neanche sia obbligatorio riuscirci, ma ogni volta che scelgo di parlare lo faccio perché credo che il mio lavoro non è mai solo comunicazione, è un atto politico e umano insieme.
E allora, se ti ritrovi nella perplessità della mia cliente, ti invito a chiederti quale valore ti muove davvero, e come quel valore prende forma nelle tue azioni quotidiane; poi raccontalo, anche se ti sembra banale o troppo poco, perché quel poco, detto con onestà e radicato in un perché, è esattamente quel pezzo del cambiamento che abbiamo bisogno di vedere nel mondo perché faccia meno male.
Da leggere e vedere
In questi giorni sui social ho parlato di:
Vi ho condiviso una Branding Checklist
Vediamoci in giro
Sabato 11 ottobre sarò al Wordcamp di Verona a parlarvi di “Nomadi digitali e lavoratori da remoto: strategie, strumenti e modelli di business” con chi c’è ci vediamo lì!











