Ciao Meraviglia, oggi ti scrivo da Amsterdam, dove il vento soffia orizzontale, le biciclette si comportano come se avessero il diritto divino di precedenza (spoiler: ce l’hanno), e l’acqua - onnipresente, bagnata e fredda - riflette tetti, nuvole e pensieri che scorrono.
Ecco, in mezzo a tutto questo scenario quasi cinematografico, ho fatto una scoperta e quando accade, la cosa mi affascina e mi fa sentire insieme stupida e molto viva: ho scoperto che quel dolce far niente che mi sto impegnando da qualche mese a far diventare parte delle mie giornate ha un nome, un nome proprio, una parola.
E la parola è: niksen.
(Lo so, suona come un mobile dell’Ikea.)
Niksen significa letteralmente: non fare nulla.
Ora, aspetta, non scappare! Non è la versione olistica dell’ozio, né l’ennesimo tentativo Instagrammabile di venderti il silenzio come trend; Niksen non è il vuoto vestito bene. È proprio il vuoto, nudo, senza filtri.
È il momento in cui, con una tazza di caffè tra le mani, non faccio nulla con un intento ben preciso: non fare nulla.
Non mi sto riposando.
Non scrollo distrattamente.
Non sto applicando nessuna strategia di soft productivity.
Sto semplicemente: stando.
E ti assicuro che se lo fai per davvero, cioè se ti togli dalla testa la checklist mentale delle cose da fare, il bisogno di spiegare il momento su Instagram o di estrarre una lezione di vita utile a qualcosa, succede una cosa strana: senti che esisti!
Olga Mecking, che ha studiato e scritto di questa pratica, che poi pratica non è perché non si pratica nulla, lo dice così:
Niksen non è non fare nulla, ma non porsi obiettivi per ogni azione. È contemplare la presenza del nulla nella nostra esistenza.
E a me ha fatto venire in mente tutte quelle volte in cui mi sono sorpresa a sentirmi in colpa per essere semplicemente viva, in silenzio, senza cliccare, creare, capire… Solo respirare accanto al cane, guardare la luce del pomeriggio che entra da una finestra e ho pensato: possibile che siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo giustificare persino la nostra inattività?
(In uno di questi momenti, di recente, ho anche pensato per l’ennesima volta a quante cose posso fare “solo” per essere nata nella parte fortunata del mondo, ma magari ne parliamo meglio la settimana prossima).
Allora ho capito che no, non ho bisogno di giustificare il mio esistere senza fare e anche che non serve sempre un perché per ogni cosa.
Così ora ogni tanto lo faccio, il mio niksen, guardando le vele tagliare la baia di Amsterdam, il mio cane che cerca leprotti o semplicemente guardare il vuoto attraverso il parabrezza di Cadì, e mi sento soddisfatta, più di quando spunto l’ennesimo task o raggiungo un micro obiettivo da brava figlia del capitalismo.
Perché quel tipo di libertà, quella che nasce dal fatto di non dover, per un attimo, diventare niente, è tanto rara quanto potente.
Quindi oggi non ti lascio un consiglio, né un link, né un prompt, ti lascio solo questo: una parola nuova, che in realtà dice una cosa antica.
E se vuoi, fammi sapere: riesci a stare nel nulla ogni tanto oppure ti scatta la sindrome del “sto sprecando tempo”?
A domenica prossima, o anche no, se ti prenderai il tuo niksen.
…però poi torna, ché mi manchi!
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