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Quando il cervello incontra una nuova lingua
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Quando il cervello incontra una nuova lingua

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Qualche settimana fa ho attraversato il confine tra Gorizia e Nova Gorica.
Ovviamente in camper, ovviamente sola con la Penny.
Detta così sembra una cosa normale, ma chi viaggia in solitaria sa che normale non è mai la parola più corretta da usare.

Quando sei sola, tutto è più intenso: le parole della cassiera, i cartelli ai semafori, i suoni che ti circondano, tutto diventa amplificato, come se qualcuno avesse alzato il volume della realtà e tu ti trovassi lì, senza sottotitoli.

Lo sloveno è una lingua che non ti tende la mano, non è come lo spagnolo che puoi fingere di capire se ci metti abbastanza “s” e convinzione; lo sloveno è duro, essenziale, pieno di accenti che sembrano errori di battitura, non hai appigli, nessuna àncora linguistica a cui aggrapparti.

E così il cervello si mette in moto facendo uno sforzo enorme, entra in modalità “sopravvivenza gentile”: osserva, ascolta, associa. Non capisce cosa dicono, ma inizia a intuire, si affida ai toni, al contesto, alla mimica.

È un esercizio potentissimo.
Ti toglie certezze ma ti restituisce presenza.
Ti obbliga a rallentare, a chiedere aiuto, a sorridere per farti capire, ti ricorda che
capire davvero non ha nulla a che fare con le parole, ma con l’intenzione.

Ed è lì, in mezzo a una lingua che non capivo e a una città che non conoscevo, che ho sentito di nuovo quella sensazione, quella che cerco in ogni viaggio: quella specie di espansione mentale che arriva solo quando ti perdi abbastanza da doverti ritrovare a partire da zero.

Piccola parentesi (che poi tanto piccola non è): il cervello ama l’efficienza, non la novità.
Siamo abituate a pensare che imparare qualcosa di nuovo sia stimolante, rigenerante, persino sexy, ma se chiedessimo al nostro cervello ci risponderebbe: “A posto così! Come se…! Preferisco quello che già conosco, ma grazie!”

È fatto così, cucciolo! Ama le scorciatoie, le abitudini, le cose prevedibili, ama sapere già come andrà a finire, gli permette di rilassarsi, va in risparmio energetico, e non lo fa per sabotarci, lo fa per proteggerci.

(Non per niente abbiamo serieTV e film “comfort” che ci rilassa guardare proprio perché conosciamo a memoria ogni scena).

Poi, però, succede che ti ritrovi in Slovenia, da sola, in un supermercato, con un cestino pieno di cose che sembrano yogurt, ma potrebbero tranquillamente essere detersivi profumati alla fragola, ed è lì che il cervello si ribella:

– l’area uditiva primaria riceve il suono, lo confronta con quello che conosce e capisce di non capire, che ciò si avvicina di più a quello che sta ascoltando sono gli incantesimi di HP;
– l’area di Broca si attiva perché spera ancora di trovare uno schema familiare, ma non lo trova;
– l’istinto (in realtà il cingolato anteriore) ti porta a rispondere “yes” o “grazie” o “oui” e finisci per fare un mix confuso che non funziona in nessuna lingua.

È come se dentro di te si aprisse un file che non puoi leggere, ed è in quei momenti che succede una cosa bellissima: inizi davvero ad ascoltare.
A notare i dettagli.
Ad accorgerti di quanto sia bello essere in uno spazio nuovo, diverso, che non puoi - e non vuoi - avere sotto controllo.

Non capisci le parole, ma ti sintonizzi su tutto il resto: il tono, lo sguardo, il ritmo con cui le persone parlano tra di loro.
Il cervello si mette in gioco, fa fatica, certo, ma si espande.
E tu con lui!

Che poi, diciamolo, è questo il motivo per cui viaggio: non per vedere cose nuove, ma per ritrovarmi davanti a un cartello incomprensibile o a un barista che mi guarda, sorride e - nonostante tutto - mi serve esattamente quello che volevo - si perché Guinness, alla fine - lo capiscono tutti!

Ma torniamo allo sloveno!

Ora, prova a immaginare di incontrare una lingua dove ogni parola cambia forma a seconda di mille variabili: sette casi grammaticali, singolare, plurale… e duale, perché in sloveno “noi due” è così importante da meritarsi una declinazione tutta sua.
E l’accento? Si muove, si sposta da una sillaba all’altra come ho visto fare solo nel cinese!
In realtà lo sloveno non è così difficile - almeno non come il cinese - ma è una lingua che ti costringe a fermarti, a smettere di pensare in modo automatico, ti obbliga a prestare attenzione e nel farlo, ti ricorda che capire non è sempre il fine ultimo.

Ero alla fiera del libro all’aperto e le persone mi coinvolgevano in una conversazione in sloveno ogni volta che mi avvicinavo al loro banco e lì il mio cervello ha smesso di cercare la risposta giusta e ha cominciato semplicemente a osservare.
Non capivo, ma ascoltavo.
Non traducevo, ma accoglievo quello che arrivava, registrando informazioni non nella parte della memoria che uso per ricordarmi dove ho parcheggiato Cadì, ma in quella che riconosce le ripetizioni, i ritmi, le frequenze.
Ho capito che ogni tentativo, ogni errore, apre una nuova via: provi, non capisci, impari e, piano piano, comprendi qualcosa che prima sembrava impossibile.

Ecco perché continuo a credere che l’atto di mettersi in gioco, anche solo per capire cosa stai leggendo su un cartello sloveno, sia uno dei modi più belli di giocare al gioco della vita.

L’emozione di non sapere, la vulnerabilità cognitiva, sono alcune delle cose più sottovalutate nell’apprendere una lingua straniera: quella sensazione che hai quando ti manca tutto: il significato, la grammatica, il contesto e quando finalmente capisci una parola – una sola, magari “kava” (caffè) – il tuo cervello rilascia dopamina e tu ti godi quella stupenda sensazione di ricompensa, quella soddisfazione minuscola, che però, ti cambia la giornata!


In questi giorni, immersa in una lingua come lo sloveno, mi sono resa conto che non si trattava solo di un esercizio mentale, di quelli che ti fanno sentire intelligente per cinque minuti. Era qualcosa di più profondo: un vero e proprio allenamento all’incertezza.

Esporre il cervello a suoni nuovi, strutture sconosciute, significati sfuggenti, è stato il mio modo di obbligarlo a smettere di reagire sempre nello stesso modo, a mollare le vecchie abitudini.

PS: comunque, per dovere di cronaca, a Lubiana parlano tutti inglese. E molti anche un po’ di italiano. Quindi se avete in programma una gita e l’idea di non capire niente vi mette ansia… rilassatevi. Ma se vi va di uscire un attimo dal solito schema, provate a ordinare un “kava” o “kapučino” al bar!


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Leggere | Guardare | Ascoltare

In queste settimane ho letto Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli dopo aver assistito alla conversazione tra lui e Daniela Collu che si è tenuta alle OGR di Torino; è stata un’esperienza intensa: prima ascoltare la sua idea di scrittura e poi immergermi nella storia di Libero Marsell: dal primo turbamento adolescenziale fino all’età adulta, con quella scrittura che sa essere pudica e sfrontata al tempo stesso. Missiroli racconta la vita sentimentale come si raccontano le città: per strade laterali, per incontri, per inciampi.

Poi ho finito la serie The Last of Us e ormai lo sapete, è un argomento su cui non riesco a essere obiettiva: ho giocato The Last of Us anni fa, l’ho rigiocato, e l’ho amato a ogni frame. La serie è una delle trasposizioni più fedeli e intense mai realizzate, non solo verso il materiale di partenza, ma verso tutto ciò che il gioco aveva scolpito: l’umanità, l’amore che sopravvive al disastro, la brutalità e la bellezza nascosta anche nella rovina. Non è la storia della fine del mondo, è una storia di legami che resistono all’impossibile. E sì, ci ho lasciato dentro un pezzo di cuore …di nuovo!

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Assolutamente, procediamo.