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Una nuova rubrica di cui chiacchierare ...e si, ha a che fare con Andor!
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Una nuova rubrica di cui chiacchierare ...e si, ha a che fare con Andor!

...oltre a idee, strategie e appuntamenti!

È sera, una di quelle in cui la scrittura si trascina oltre il tramonto e il camper profuma ancora di caffè. Penny dorme acciambellata sotto il tavolo e io ho da qualche ora il mio “quaderno delle idee” aperto sull’appunto Archetipi e serieTV.

Ho preso questo appunto durante non so più quale rewatch di GOT e fino a oggi è stato qualcosa da fare, prima o poi, chissà in quale formato e chissà in quale occasione.
Poi ho visto la nuova stagione di Andor e la voglia di farmi un viaggio nei suoi archetipi mi ha portato a questa newsletter: Cassian Andor è uno di quei personaggi che ti fanno venire voglia di andare più a fondo, di provare ad analizzarne ogni sua sfaccettatura e così, eccoci alla prima “puntata” di una sorta di nuova rubrica che, ogni tanto, apparirà in queste Chiacchiere e che ci porterà a confrontarci su uno o più personaggi di SerieTV, film, libri, storie in generale.

Se ti piace l’idea dimmelo nei commenti, raccontami il tuo punto di vista su Andor o sugli archetipi in generale e magari suggeriscimi un nome per questa rubrica! ;)

Ho guardato/riguardato entrambe le stagioni e Rogue One e mi sono accorta che Andor non è solo il personaggio di una serie, è un’insolita fusione di archetipi, ma non di quelli semplici e un po’ banali che trovi facilmente online, gli archetipi di Cassian Andor sono complessi, stratificati, pieni di fenditure e zone d’ombra, esattamente come tutti noi!
Sono archetipi vivi, vibranti che resistono a ogni tentativo di semplificazione.

Infatti, se Jung ci ha lasciato in eredità dodici archetipi “fondativi” - l’Eroe, il Ribelle, l’Esploratore etc, etc… - con gli anni ho imparato che restare lì è come osservare l’oceano dalla riva: sicuro, ma limitante. Andare oltre quella mappa iniziale ci costringe, invece, a nuotare nella complessità ed è lì che iniziamo a scoprire sfumature molto più interessanti: quelle che trasformano le storie in mondi e i personaggi in specchi che riflettono tutte le nostre complessità.

Andor, più di tante altre narrazioni ai primi posti delle piattaforme streaming, è un intreccio affascinante di archetipi.
Qui sotto ho provato a selezionare quelli che, secondo me, rappresentano le anime più profonde del suo protagonista.
Sono curiosa di sapere se anche tu ti ci ritrovi!

Cassian Andor è uno di quei personaggi che sembrano fluttuare su un piano inclinato, dove tutto, dall’etica all’identità, dal desiderio alla coscienza, è scivolato in una posizione pericolosamente obliqua e instabile.

Il punto è che Andor non è l'eroe e non è neanche l’anti-eroe, è una crepa tra le due cose: è quello che succede quando il cinismo smette di essere una posa e diventa un trauma, quando il disincanto diventa il solo modo per sopravvivere.

Andor non ha mai avuto il lusso di un viaggio dell’eroe “ordinato”: nessun mentore barbuto a dirgli cosa fare, nessuna chiamata all’avventura su pergamena dorata portata da un gufo, nessun drago da sconfiggere o cavalcare e nemmeno la promessa implicita di un lieto fine. È nato già dentro il conflitto, intrappolato in un mondo che si muove troppo velocemente per essere compreso e dove la fine è sempre imminente, inevitabile, persino ovvia.

Il suo arco narrativo non è un arco, è una linea spezzata, una serie di quasi curve, quasi svolte, quasi redenzioni.
È un continua oscillare tra chi è e chi potrebbe diventare, tra chi crede di dover essere e chi il mondo gli impone di diventare, la serie Andor rifiuta le logiche hollywoodiane della redenzione o della dannazione, lascia invece una terza via fatta di piccoli compromessi, azioni infime, decisioni inevitabili, rese senza gloria e vittorie senza trionfo.

E allora, più che un Eroe o un Ribelle, Cassian Andor è un Maverick: rifiuta le regole del gioco, si sottrae agli schemi precostituiti, non per distruggerli come farebbe il Ribelle, ma per esistere fuori da essi, a margine. Non lo vediamo correre verso il suo destino a petto in fuori e mascella serrata, ci inciampa dentro, ci lotta, ci affonda. È il tipo di personaggio che ti costringe a smettere di guardare la mappa e iniziare a capire il terreno, le imperfezioni sotto i piedi, le deviazioni invisibili agli occhi di chi cerca solo strade già tracciate.

Ma come abbiamo detto - premesso che stiamo incasellando l’incasellabile - definire Cassian Andor con un solo archetipo non è così semplice.
In lui convivono in equilibrio instabile anche altri due aspetti fondamentali: quello del Seeker e quello dello Shapeshifter.

Come Seeker, Andor è guidato da una tensione verso qualcosa a cui non sa fare un nome. Non cerca potere, non cerca gloria, cerca un significato, un’idea di casa, di identità, di scopo, che gli è sempre mancata e che continua a sfuggirgli. È un messaggero (come lo definiscono nella serie) che non smette di camminare, anche quando ogni passo sembra inutile, anche quando il mondo non gli offre soluzioni.
La sua è una missione che non conosce stanchezza, perché l’alternativa sarebbe fermarsi e fermarsi, per uno come lui, significa morire.

E poi c’è il Shapeshifter, il Trasformista.
Cassian Andor cambia pelle, cambia ruolo, cambia volto, non per opportunismo, ma per necessità, per sopravvivere. È ambiguo, sfuggente, mai totalmente “leggibile”, non aderisce mai completamente a un’identità: né eroe, né ribelle, né assassino: è tutte queste cose e nessuna.
Come ogni vero Shapeshifter, Andor abita la soglia, è a suo agio nell’incertezza, nell’ambiguità, nei territori grigi dove le definizioni non servono e verità diverse possono convivere.

Cassian Andor è Maverick, Seeker e Shapeshifter insieme.
È per questo che la storia di Cassian Andor non è solo una serie, è un’analisi della complessità umana, della fragilità dell’eroe, della bellezza di chi, nella vita come nelle storie, sceglie di non scegliere ruoli predefiniti.

Il cammino di Cassian Andor è quello di chi non può permettersi la nostalgia né la rassegnazione, è una traiettoria incerta e solitaria di chi preferisce perdersi cento volte piuttosto che accettare una vita scelta da altri, è la lotta continua di chi ha capito che il viaggio stesso è l’unico luogo possibile da chiamare casa.


Ed è proprio così che amo usare gli archetipi,
c'è un motivo se ogni volta che ne parliamo sembra di toccare qualcosa di più grande di noi.

Non sono solo modelli astratti o categorie da manuale, gli archetipi ci appartengono perché sono nati con noi: sono il linguaggio dei miti, delle storie che ci raccontiamo da sempre per dare un senso al mondo.
E no, non sono soltanto teoria: sono strumenti pratici, potenti, soprattutto quando vogliamo costruire un brand, un messaggio, un’identità che non si perda nella folla.

Negli ultimi anni, la psicologia e l’economia comportamentale hanno fatto un passo avanti rispetto ai vecchi schemi razionali: hanno iniziato a riconoscere che noi esseri umani decidiamo spinti da emozioni, intuizioni, storie interiori che ci guidano in modo più profondo e gli archetipi sono mappe preziose di questi mondi interiori.

Sono il ponte tra quello che siamo e quello che mostriamo.

Quando lavoriamo con gli archetipi in modo consapevole (e non solo limitandoci ai 12 junghiani), esplorando versioni più sfumate, liquide, complesse, impariamo a vedere meglio noi stessi e gli altri e a creare brand che parlano davvero, perché non urlano, ma risuonano.

Questo è il lavoro che ho fatto in questi anni - scoprendo che i miei archetipi non sono l’Esploratore, il Creativo e il Saggio, come credevo ma, l’Esploratore, si, ma poi il Generalista, il Mentor e l’Edonista - e da martedì lo faremo insieme: per tutti gli iscritti a pagamento alla mia newsletter, iniziamo un viaggio pratico, pieno di strumenti e domande, per capire e usare gli archetipi nella tua scoperta personale e professionale.

Se ti affascina il modo in cui gli archetipi si incrinano e poi ricompongono nelle storie più vere e meno addomesticabili, ti aspetto martedì!

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