Venerdì 9 ottobre ero a Torino e ne ho approfittato per partecipare alla masterclass: “Come fare informazione attraverso una newsletter” organizzata nell’ambito del Freelance Journalism Forum e promossa dalla Commissione Lavoro Autonomo dell’Associazione Stampa Subalpina, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.
A raccontarci Substack c’erano Chiara @ Substack, Head of Partnerships di Substack per l’Italia e Gioele Urso, giornalista esperto di social network e nuovi media e autore della newsletter In Sintesi (Torino) e Scrivere Crime.
Ora, considerando che sono su Substack dal 2022, che ci scrivo ogni settimana e che una parte importante del mio lavoro consiste proprio nell’aiutare professioniste, creator e aziende a costruire, e implementare nel proprio lavoro, le loro pubblicazioni, che ci facevo a una formazione sulle basi della piattaforma? Molto semplicemente mi sono accorta che continuare a studiare uno strumento che utilizzo tutti i giorni è il modo migliore per accorgermi delle cose che ho cominciato a dare per scontate e poi, diciamocelo, quando qualcuno di Substack organizza una formazione dal vivo per parlare di Substack, secondo voi io me ne sto buona buona in camper?
Da quella mattinata sono tornata con una infinità di fotografie delle slide, diversi appunti e un paio di riflessioni di cui adesso chiacchieriamo!
La prima riflessione riguarda il modo in cui sta cambiando la relazione tra l’informazione che viene condivisa e la fiducia che viene concessa dal lettore, soprattutto oggi che le persone scelgono direttamente gli autori da seguire invece di affidarsi alle testate o alle istituzioni.
La seconda riguarda una frase che Gioele ha detto durante il suo intervento e che approfondiremo più avanti:
trovare il modo di utilizzare il digitale senza farsene fagocitare.
Sono due argomenti sui quali torno spesso anche qui, perché secondo me ci aiutano a guardare Substack andando un po’ oltre la piattaforma e le sue singole funzionalità e ci aiutano a capire cosa sta cambiando nel modo in cui scegliamo chi leggere, a chi dare fiducia e, dall’altra parte, quanto tempo della nostra vita siamo disposte a consegnare agli strumenti digitali che utilizziamo per lavorare.
La formazione ha anche attraversato tutte le fasi necessarie per aprire e gestire una pubblicazione, ho pensato, quindi, di approfittarne per fare un bel ripassino delle basi, soprattutto per chi è arrivata da poco qui su Grow on Substack.
Preparato il caffè?
Preso carta e penna?
Adesso mettiti comoda e iniziamo!
Mentre leggevi le mie parole ti è venuta in mente una persona a cui potrebbe interessare questo argomento? Condividiglielo cliccando il pulsante qui sotto!
Come sempre più persone scelgono di informarsi
La prima parte della formazione riguardava il modo in cui stanno cambiando le nostre abitudini di informazione: Gioele ha citato diversi dati del Digital News Report Italia 2026 sul consumo delle notizie, sulla progressiva perdita di centralità di alcuni media tradizionali e sul ruolo sempre più importante dei creator e delle singole persone nella condivisione dell’informazione.
Negli ultimi anni è cambiato parecchio il modo in cui incontriamo le notizie durante la nostra giornata: possiamo scoprirle attraverso un reel, una domanda sul nostro motore di ricerca preferito, un podcast, una newsletter oppure, sempre più spesso, una risposta generata da un’intelligenza artificiale. È sotto gli occhi di tutti: la distribuzione dell’informazione oggi è sempre più frammentata e, oltre ai canali, stanno cambiando anche i meccanismi attraverso i quali decidiamo di chi fidarci.
Pensaci un momento: quante persone segui perché lavorano per una determinata testata e quante, invece, leggi indipendentemente da dove scrivono?
Io, per esempio, seguo diversi giornalisti, autori e professionisti perché mi interessa il loro modo di osservare e interpretare quello che succede e continuerei a leggerli anche se domani cambiassero giornale, piattaforma o decidessero di aprire uno spazio completamente loro.
Dai giornalisti ai creator: chi sta utilizzando Substack?
Durante la parte di presentazione di Substack Chiara ci ha mostrato diversi esempi di persone che hanno scelto di utilizzare Substack, da George Saunders ad Anne Applebaum, passando per Naomi Klein, Paul Krugman e charli xcx.
Anche in Italia il panorama è diventato piuttosto variegato: da Stefano Feltri con Appunti, a Corinna De Cesare con The Period passando, ovviamente, da Selvaggia Lucarelli con Vale Tutto e molte altre persone che hanno costruito pubblicazioni con obiettivi e linguaggi.
Quello che mi piacerebbe vi arrivasse di questi esempi è proprio il modo diverso in cui la piattaforma può essere usata, perché ci aiuta a capire che Substack non è un formato editoriale, è uno spazio nel quale puoi costruire formati editoriali differenti. Puoi scrivere approfondimenti giornalistici, raccontare il tuo lavoro, pubblicare racconti, condividere analisi, registrare podcast, produrre video oppure combinare più linguaggi proprio grazie a tutte queste opzioni.
Tra gli esempi mostrati da Chiara Santoro ce n’era uno che già mi aveva incuriosito nei giorni scorsi.
Perché un grande gruppo televisivo dovrebbe decidere di aprire Substack?
Parlo di The National Press, il progetto con cui Sinclair, uno dei grandi gruppi televisivi americani, ha deciso di portare su Substack il lavoro delle proprie redazioni locali, costruendo una pubblicazione nazionale che combina informazione, video, podcast e contenuti gratuiti e a pagamento.
Non so se tra qualche anno guarderemo a pubblicazioni come questa come all’inizio di un cambiamento molto più grande, ma il fatto che un gruppo che possieda già televisioni, redazioni, giornalisti e milioni di spettatori scelga di sperimentare Substack mi sembra un progetto che vale la pena osservare.
Ne ho parlato più approfonditamente nel caso studio dedicato proprio a The National Press, nel quale analizziamo il modello editoriale e il ruolo che Substack può avere all’interno di un’organizzazione di questo tipo, puoi approfondire qui:
La fiducia non arriva insieme agli iscritti
C’è un altro aspetto della prima parte della formazione sul quale vorrei soffermarmi, perché riguarda chiunque decida di pubblicare qualcosa, anche se non fa informazione in senso strettamente giornalistico: se una persona sceglie di leggerti perché apprezza il tuo lavoro, il tuo punto di vista o il modo in cui selezioni le informazioni, la responsabilità editoriale di quello che condividi è tua.
Si è parlato parecchio di reputazione, trasparenza, fonti e utilizzo dell’intelligenza artificiale e credo che siano temi sui quali la conversazione è ancora troppo superficiale sulla maggior parte delle piattaforme, spesso vedo pubblicare tanto per pubblicare; ecco, non dovrebbe essere così: il nome sulla pubblicazione è il nostro e la fiducia che le persone ci danno riguarda direttamente il nostro lavoro, possiamo, per favore, ricordarcelo tutti un po’ più spesso?
Ti faccio un esempio: se scrivo un articolo nel quale analizzo i risultati di una nuova funzionalità di Substack, chi mi legge deve poter capire se sto riportando informazioni ufficiali della piattaforma, se sto citando un esperimento realizzato da qualcun altro o se sto condividendo qualcosa che ho osservato direttamente lavorando sulle mie publicazioni o su quelle dei miei clienti. Sono tre cose completamente diverse e possono essere tutte utili, ma hanno un peso differente a seconda della fonte. Lo stesso ragionamento vale per l’intelligenza artificiale: posso utilizzarla per organizzare una ricerca, lavorare sulla trascrizione di un’intervista o aiutarmi durante un’analisi, ma se pubblico un’informazione rimango io la persona responsabile di quel che scrivo e chi mi legge deve poter capire quale ruolo ha avuto l’AI nel lavoro che sta leggendo.
A questo proposito, su Grow on Substack trovi anche un approfondimento dedicato all’AI Policy su Substack.
Infine c’è ancora una questione che secondo me merita attenzione: quando una persona si iscrive a una newsletter, ci sta affidando qualcosa di molto più concreto di un follow: ci sta dando il permesso di entrare nella sua casella email e la possibilità di raggiungerla direttamente è una cosa preziosa che può diventare fastidiosa molto velocemente, soprattutto se cominciamo a trattarla come un’autorizzazione a inviare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento.
La relazione diretta funziona quando abbiamo qualcosa che vale il tempo che chiediamo alle persone.

Prima di aprire una pubblicazione su Substack concentriamoci sulla strategia
Torniamo alla frase di Gioele:
trovare la soluzione adatta per non farsi fagocitare dal digitale.
L’ho trovata particolarmente appropriata a una formazione su Substack perché, quando entriamo per la prima volta sulla piattaforma, tendiamo a guardare tutte le cose che possiamo fare e, nel giro di pochissimo, trasformiamo quelle possibilità in un elenco di attività che sentiamo di dover svolgere. E così eccoci ad aprire la pubblicazione, iniziare a scrivere Notes, iniziare qualche thread nella Chat, pensare che dovremmo fare dei video, magari delle dirette e perché non un podcast, una collaborazione e un po’ di contenuti a pagamento? Nel frattempo, naturalmente, dovremmo continuare a lavorare, vivere e possibilmente dormire.
Per questo, quando Chiara Santoro ha iniziato la parte più operativa, mi ha fatto piacere vedere che prima di parlare di pulsanti, impostazioni e funzionalità ha affrontato un tema che io trovo incredibilmente sexy, ma che spesso si ignora: la strategia.
Prima di decidere come utilizzare Substack dobbiamo capire quale progetto vogliamo costruire perché è da quella scelta che dipendono quasi tutte le altre.
Che tipo di pubblicazione vuoi creare?
Ovviamente una strategia non si può improvvisare, nè possiamo ipotizzarne una e sovraestenderla a tutta l’aula, ma possiamo comunque iniziare a pensarci partendo da una slide mostrata da Chiara che riportava cinque possibili tipologie di pubblicazione:
Analyst: se il tuo lavoro consiste nell’analizzare un settore, uno scenario o un fenomeno.
Curator: se selezioni informazioni, contenuti e risorse aiutando le persone a orientarsi.
Expert: se condividi una competenza specifica.
Reporter: se racconti fatti, notizie e avvenimenti attraverso un approccio giornalistico.
Writer: se utilizzi soprattutto la scrittura creativa.
Trovo utile, almeno all’inizio, sceglierne una e partire da quella, poi col tempo uno stesso spazio editoriale può contenere più tipologie, come nel caso delle mie Chiacchiere.
La promessa editoriale
Passando poi alla promessa editoriale Gioele Urso ha portato l’esempio della sua: una newsletter che promette cinque notizie su Torino al giorno che possiamo leggere in cinque minuti.
Semplice, chiara e immediatamente comprensibile.
Ora, però, non facciamo che corriamo tutte a inventarci la formula perfetta con un numero dentro: cinque notizie in cinque minuti, tre libri ogni tre settimane, sette caffè il sette del mese, il concetto importante che passi è che serve essere chiari e subito comprensibili.
Nel mio articolo su come aumentare gli iscritti su Substack avevo utilizzato un esempio che continuo a trovare molto efficace: se metti un cappuccino accanto a una tazza di tè, non hai bisogno di un trattato sul posizionamento per capire che sono due cose diverse.
Con le pubblicazioni funziona più o meno allo stesso modo: se una persona arriva sulla tua homepage, dovrebbe riuscire a capire abbastanza velocemente di cosa parli, a chi ti rivolgi e perché potrebbe essere interessante continuare a leggerti.
Frequenza e formati, o meglio, quanto lavoro possiamo sostenere?
Una volta chiarito cosa vogliamo pubblicare, arriva un’altra decisione importante: con quale frequenza?
Durante la formazione Chiara ha mostrato diverse possibilità, dalla pubblicazione quotidiana a quella mensile, con il settimanale che resta una delle frequenze più diffuse.
Ora io ti chiedo:
quanto lavoro c’è dietro quello che hai deciso di promettere?
Quando progetto una pubblicazione con un cliente, una delle cose che cerco di capire all’inizio è proprio quante risorse può realisticamente dedicare alla newsletter perché costruire un calendario editoriale che sulla carta sembra bellissimo e poi diventa impossibile da rispettare dopo un mese non serve a molto.
Primi aspetti da impostare
Definiti questi aspetti possiamo entrare più nella pratica: Chiara ha ripercorso tutti gli elementi che servono per costruire una pubblicazione.
Se sei su Substack da un po’, probabilmente alcune delle prossime cose ti sembreranno molto basilari, ma io non salterei questa parte: sono proprio le cose che conosciamo meglio quelle che, dopo un po’, smettiamo di controllare.
Profilo personale e pubblicazione
Una delle prime distinzioni fatte da Chiara riguarda profilo e pubblicazione e la riprendo perché continuo a vedere parecchia confusione su questo punto, anche tra persone che utilizzano Substack da un po’:
il profilo sei tu dentro Substack, la pubblicazione è il progetto editoriale che hai costruito.
Ne ho già parlato approfonditamente e, se sei all’inizio, ti consiglio di leggere questo articolo prima di procedere:
Nome, descrizione e categoria
Durante la masterclass Chiara ha ricordato quali elementi preparare per costruire l’identità della pubblicazione: nome, handle, descrizione, categoria e logo.
Sulla descrizione, in particolare, è tornato fuori un problema che vedo continuamente anche durante le consulenze: sappiamo talmente bene cosa facciamo che finiamo per scrivere frasi comprensibilissime per noi e misteriose per chiunque altro. Può essere una frase bellissima, evocativa, persino poetica, ma se non ti conosco, arrivata sulla tua pubblicazione, la leggo e non capisco di cosa scrivi, allora abbiamo un problema.
Ti suggerisco un piccolo esercizio che propongo spesso: apri la tua pubblicazione in una finestra in incognito, come se fossi una persona che non ti conosce, e prova a capire se in pochi secondi riesci a identificare l’argomento principale, il pubblico al quale si rivolge e il motivo per cui potrebbe valere la pena iscriversi.
Se fai fatica tu, che conosci perfettamente il progetto, immagina una persona arrivata lì dopo aver letto una tua Note.
La pagina About/Informazioni
Poi c’è l’About, una di quelle pagine che prepariamo al momento del lancio e poi non guardiamo mai più, come se nei mesi o anni tutto rimanesse invariato.
Tutto quello che ti serve sapere per scriverla è qui:
La Welcome Email
Stessa sorte tocca spesso alla Welcome Email: la scriviamo cinque minuti prima di aprire le porte e poi, ciao, ci rivediamo forse tra due anni.
Chiara suggeriva di usarla per accogliere davvero chi arriva, raccontandogli cosa riceverà e quando, indicandogli qualche contenuto dal quale cominciare e, cosa che a me piace particolarmente, invitandolo a rispondere.
Aggiungerei anche una cosa: la Welcome Email può aiutarti a capire chi sta entrando nella tua pubblicazione, quindi una domanda semplice e pertinente a quello che racconti, può diventare l’inizio di una conversazione che ti permetterà di conoscere meglio gli interessi delle persone che hanno deciso di iscriversi. Naturalmente non serve trasformarla in un questionario di ventisette domande, perché la persona si è appena iscritta e probabilmente non ha nessuna intenzione di dedicarti la sua intera pausa pranzo!
Il primo post e l’Hero Post
Lo stesso ragionamento vale per il primo post e per l’Hero Post, cioè il contenuto che scegliamo di mettere in evidenza nella homepage: diamo a chi arriva per la prima volta nel tuo spazio editoriale un posto dal quale cominciare.
Nell’archivio Substack dalla A alla Z trovi diviersi approfondimenti e qui l’articolo su cosa dovrebbe contenere un Hero Post:

Come monetizzare una pubblicazione su Substack
Vi ripropongo adesso una domanda da cui farei partire qualsiasi tipo di ragionamento sulla monetizzazione su Substack (e non solo!):
per che cosa pagherebbero?
Quando apriamo Substack scopriamo abbastanza velocemente che possiamo attivare gli abbonamenti a pagamento e, a quel punto, molte persone iniziano a chiedersi quanto far pagare una newsletter: cinque euro al mese? Dieci? Cinquanta all’anno?
Ecco, io partirei un attim prima: quale valore vogliamo offrire a chi si abbona? Il prezzo è soltanto una parte del modello economico e concordiamo tutte e tutti che ha poco senso sceglierlo se non abbiamo ancora capito cosa vogliamo dare in più.
Durante la masterclass sono state individuate tre possibili ragioni per cui una persona potrebbe decidere di pagare: un’esperienza personale unica, un accesso esclusivo oppure un punto di vista particolare su un argomento.
Quindi il processo corretto da seguire è: prima capisco che cosa posso offrire che sia davvero di valore per chi mi paga, dopo posso chiedermi quanto farlo pagare, con quale frequenza e attraverso quale tipo di abbonamento.
Substack ci permette di tradurre questa scelta in abbonamenti mensili, annuali e Founding Member, oppure possiamo tenere tutto gratuito e lasciare il paid come forma di sostegno volontario, anche queste sono decisioni che fanno parte della sexy strategia perché è tutto molto soggettivo.
Quanto costa monetizzare su Substack?
Detto in breve Substack trattiene il 10% dei ricavi generati dagli abbonamenti, a cui vanno aggiunti i costi di Stripe, ma essendo un argomento un po’ lungo ti rimando all’articolo:

La Community: tra Notes, commenti e Chat
E se ti dicessi che, quando finalmente arrivi alla fine del tuo articolo e invii la newsletter, sei, in realtà, solo a metà del lavoro?
Anche i commenti fanno parte del lavoro editoriale
Lo vedo continuamente anche con i miei contenuti: pubblico una newsletter pensando di aver detto tutto quello che avevo da dire e poi nei commenti arriva una domanda, qualcuno aggiunge un’esperienza alla quale non avevo pensato o non è d’accordo con la mia tesi e la conversazione prende una strada che mentre scrivevo non avevo previsto.
Da quando sono su Substack ho inziato a pensare al tasto “Pubblica” come a quel momento in cui la parola passa da me a chi mi legge e, non a caso, alcune delle idee migliori che ho sviluppato negli ultimi anni sono nate proprio da una domanda o da una conversazione cominciata sotto una newsletter.
Le Notes e la scoperta della pubblicazione
Sulle Notes, chi mi legge da un po’, ormai sa che potrei andare avanti a parlarne all’infinito, quindi mi trattengo e riprendo soltanto una cosa sottolineata durante la formazione: le Notes sono il nostro principale spazio di scoperta, è lì che una persona può incontrarci senza sapere minimamente chi siamo.
Il percorso è qualcosa di simile a questo: una persona legge una nostra Note nel feed, magari perché qualcuno l’ha restackata, arriva sul profilo, da lì entra nella pubblicazione e decide se vale la pena iscriversi. È un percorso molto diverso da quello al quale ci hanno abituato gli strumenti tradizionali per le newsletter, dove prima dobbiamo trovare da qualche parte la persona e poi convincerla a entrare nella lista, magari con un lead magnet gratuito.
Su Grow on Substack ho dedicato parecchio spazio alle Notes, al funzionamento dell’algoritmo e al modo in cui possiamo utilizzarle per costruire relazioni e far conoscere il nostro lavoro.
Se vuoi approfondire, ti consiglio di partire da Come usare l’algoritmo di Substack per costruire relazioni migliori.
Le Chat
Per quanto riguarda le Chat, durante la formazione, è emersa una domanda che io riporterei a caratteri cubitali sopra qualsiasi nuova funzione che ci venga voglia di attivare:
Quale livello di presenza possiamo sostenere ogni settimana?
Aprire una Chat richiede circa trenta secondi, fare in modo che diventi un posto nel quale abbia senso tornare è tutto un altro lavoro e lo dico per esperienza! Ogni volta che apriamo uno spazio di conversazione stiamo implicitamente dicendo alle persone “venite qui, succederà qualcosa” e poi quel qualcosa dobbiamo avere il tempo, l’energia e, possibilmente, anche una buona ragione per farlo succedere.
Qui puoi vedere come uso io la chat.
Le regole della casa
Mi piace molto l’idea di pensare le Reply Rules come le regole della casa: se invito delle persone dentro uno spazio che ho costruito mi sembra il minimo poter decidere che tipo di conversazioni vorrei avvenissero al suo interno.
Tra gli esempi mostrati c’erano: restare sul tema, niente attacchi personali, citare le fonti quando si contesta un dato e via così. In poche parole tutto quello che serve per far capire che tipo di posto vuoi costruire.
Parliamo tantissimo di come far crescere una community e molto meno di cosa succede quando quella community esiste davvero, quando qualcuno non è d’accordo, quando nasce un conflitto o quando dobbiamo decidere dove mettere un limite, eppure anche questa è fiducia, anzi, probabilmente scopriamo quanto vale davvero quella fiducia proprio quando smettiamo di essere tutte d’accordo.

Come preparare il lancio della tua pubblicazione
E poi arriviamo al lancio di questa benedetta pubblicazione!
Qui Chiara ha diviso il lavoro in tre momenti: prima, durante e dopo il lancio e mi piace soprattutto perché toglie un po’ di quell’ansia da “giorno X” che rischia di farci investire tutte le energie nel momento in cui premiamo “Pubblica” e pochissime in quello che succederà le settimane successive.
Prima del lancio
Il consiglio è di preparare almeno due o tre bozze, costruire un calendario editoriale per le prime quattro o sei settimane e iniziare a utilizzare Notes per sviluppare una presenza sulla piattaforma.
Io aggiungerei anche una cosa che non richiede nessun calendario editoriale: cominciare a stare su Substack. Leggere altre pubblicazioni, lasciare commenti quando abbiamo davvero qualcosa da dire, usare le Notes, capire quali conversazioni ci interessano e conoscere le persone che abitano già quello spazio. Trovo, infatti, sempre un po’ strane quelle persone che arrivano sulla piattaforma, pubblicano il proprio articolo e si aspettano che tutti siano lì, curiosissimi di conoscere quello che hanno da dire.
Il giorno del lancio
Durante la masterclass è stato suggerito di pubblicare il primo contenuto, possibilmente collegandolo a un argomento di attualità o a un tema che possa suscitare interesse, e accompagnarlo con una o più Notes di presentazione.
Poi ci sono da aggiornare i canali esterni, dalla bio Instagram al sito, passando per eventuali altri spazi professionali e iniziare a utilizzare le raccomandazioni tra pubblicazioni.
Le prime settimane
Chiara suggeriva di pubblicare abbastanza presto il secondo contenuto, cominciare a osservare le metriche e continuare a costruire relazioni attraverso Notes e raccomandazioni, scegliendo alcune pubblicazioni affini da consigliare ai propri lettori.
Le raccomandazioni funzionano meglio quando nascono da una vicinanza editoriale reale e quando siamo sinceramente convinte che il lavoro di un altro autore possa essere interessante per chi ci legge.
Per quanto riguarda le metriche, eviterei di trasformare le prime settimane in una continua verifica delle performance: iscrizioni, aperture e interazioni sono informazioni preziose, ma hanno bisogno di un po’ di tempo per diventare leggibili. Se un singolo articolo riceve poche aperture non significa che abbiamo sbagliato strategia, così come una Note che ottiene molta visibilità non dimostra automaticamente che abbiamo trovato la formula magica per crescere.
Prima di decidere se qualcosa funziona o non funziona, diamoci il tempo di avere dei dati da osservare.
Come promuovere il proprio Substack
L’ultima parte della formazione era dedicata alla promozione e Chiara Santoro ha individuato tre possibilità principali: utilizzare gli spazi esterni nei quali siamo già presenti, creare materiali promozionali per la pubblicazione e i singoli contenuti e sfruttare gli strumenti di scoperta interni a Substack.
I canali che utilizzi già
Se hai già un sito, un profilo Instagram, LinkedIn, un podcast o qualsiasi altro posto nel quale le persone ti conoscono, hai già diversi ingressi possibili verso Substack, ma non illuderti che mettere ovunque “iscriviti alla mia newsletter” sia sufficiente.
Molto meglio, ad esempio, partire da un passaggio dell’articolo, da una domanda che ti sei fatta nella newsletter e riproporla anche fuori da Substack o, altre volte, può avere più senso costruire un contenuto completamente autonomo che approfondisce soltanto una parte del tema di cui hai scritto.
Come sempre dipende! E in questo caso dipende dal canale, dal pubblico e dall’obiettivo.
I materiali promozionali
Visto che Substack ci permette anche di creare velocemente immagini e materiali da condividere, ne approfitto per ricordare una cosa che ogni tanto ci sfugge: una bella card con il titolo dell’articolo non è automaticamente una strategia di distribuzione, ma sicuramente ci velocizza il processo di creazione delle grafiche!
La crescita dentro Substack
C’è anche una cosa che per anni, utilizzando strumenti come Mailchimp o MailerLite, non avevamo: qualcuno può scoprire quello che scriviamo senza che siamo state noi a portarlo lì da Instagram, Google, LinkedIn o da qualche altro posto. Questo, però, risolve soltanto metà del problema: Substack può portare una persona davanti alla nostra porta, poi è quello che trova quando entra nella stanza che deve darle una ragione per restare.
Su questo tema ho scritto diversi approfondimenti, tra cui Come aumentare gli iscritti su Substack e Come usare l’algoritmo di Substack per costruire relazioni migliori.

Cosa mi porto a casa da questa mattinata a Torino
Quando sono uscita dalla formazione avevo parecchio materiale da riorganizzare e una parte di me stava già pensando a quanti approfondimenti avrei potuto ricavare dalle slide, soprattutto considerando che alcuni argomenti si collegavano perfettamente alle cose che approfondiamo qui su Grow on Substack, poi, riguardando le fotografie e rileggendo gli appunti, mi sono accorta che i due aspetti sui quali continuavo a tornare e che, messi insieme, raccontano abbastanza bene il modo in cui penso dovremmo utilizzare questa piattaforma, sono proprio quelli da cui siamo partite:
→ il primo è la fiducia: se scelgo di leggere te invece del giornale per cui lavori, di seguire le tue analisi invece di cercare ogni volta una nuova fonte o di aprire la tua newsletter perché negli anni ho imparato che fai bene il tuo lavoro, quella fiducia ha un valore enorme e anche una responsabilità verso il lettore.
Da quel momento non conta soltanto cosa scrivi, conta come ci sei arrivata, quali fonti hai scelto, cosa hai verificato, cosa sai e, forse ancora più importante, cosa non sai.
→ Il secondo è quella frase che ho già citato più volte: “non farsi fagocitare dal digitale”. Più Substack cresce, più cose possiamo fare e più diventa facile confondere “posso farlo” con “dovrei farlo”.
una newsletter settimanale ci obbliga a dedicare tempo alla ricerca, alla scrittura e alla pubblicazione ogni settimana,
attraverso una Chat creiamo uno spazio nel quale le persone possono incontrarsi e, possibilmente, trovare qualcuno disposto a partecipare alla conversazione,
un abbonamento a pagamento ci costringe ad assumerci la responsabilità di offrire nel tempo il valore che abbiamo promesso,
una community che cresce ci insegna ad ascoltare, moderare, rispondere e, qualche volta, gestire situazioni che non avevamo previsto.
Sono tutte possibilità utilissime, soprattutto per chi desidera costruire una presenza professionale indipendente, ma credo sia importante ricordare che non dobbiamo necessariamente utilizzarle tutte per costruire una buona pubblicazione.
Alla luce di questo ti invito a cambiare la domanda che ci facciamo ogni volta che Substack aggiunge qualcosa di nuovo: da “come posso usarlo?” a “mi serve davvero per il progetto che sto costruendo?”.
A volte la risposta sarà sì e ci inventeremo qualcosa di bellissimo, altre volte possiamo serenamente lasciare quel pulsante dove si trova e andare a prenderci un cappuccino.
È importante tenere a mente che più diventano semplici gli strumenti che ci permettono di pubblicare, raggiungere persone e costruire qualcosa di nostro, più vale la pena diventare brave a selezionare cosa usare e cosa no.
Se hai domande scrivi nella Chat Q&A del martedì che trovi qui e per chi sarà a Bari nel weekend ci vediamo allo Storytelling Festival!
Divertiti e fai cose belle!
Elisa Scagnetti

Se hai domande, dubbi o vuoi raccontarmi come sta andando su Substack, scrivilo nei commenti o in privato, mi fa piacere leggerti!
Se questo contenuto ti è stato utile, il modo migliore per ringraziarmi è condividerla con qualcuno a cui potrebbe interessare.
Per oggi è tutto, ci vediamo su Instagram per continuare a Chiacchierare
Divertiti e fai cose belle!
Elisa Scagnetti
PS:
Qui uso spesso il femminile sovraesteso e non censuro le parolacce!
Inoltre questa newsletter è gratuita ed è distribuita con una licenza CC0, che significa che puoi farne quello che vuoi anche senza citarmi: più idee condividiamo, più pensieri siamo in grado di fare.












Illuminante, grazie. Per me che sono neofita, anche un po' imbranata, da leggere un pezzetto alla volta. Per farti capire cosa intendo con un po' imbranata, ti dico solo che per trovare la pagina dell'about ho dovuto chiedere a chat gpt e ci ho messo anche un po'!
Grazie Elisa per essere stata con noi!